IL CURRY MALESE ALLA CROCETTA

Io ero Dutch, ma c’era anche Brown (Bruno) e Joan (Giovanna). Era lei che aveva dato un nomignolo americanizzante a tutti che era la storpiatura del nome originario. Aveva due figli adolescenti, biondi quasi argento come due svedesi. Anche lei era bionda, ma a me pareva tinta. Chissà da dove erano usciti quei due. Il marito, anzi l’ex marito, era nero come un corvo. Un importante dirigente di una importante, anzi importantissima multinazionale. Lo aveva lasciato quando aveva scoperto quale era la meta effettiva degli improrogabili e continui suoi viaggi di lavoro. Così almeno diceva. Una dolorosa, ma nobile decisione di un cuore ferito e incapace di accettare il compromesso per il quieto vivere e per le apparenze salvate. Sembrava che avesse rinunciato al trono d’Inghilterra per non subire l’onta della finzione. Eppure la casa che le era rimasta, se certo non era Buckingham Palace,  non mi pareva che fosse una stamberga e con i soldi che riceveva non era di sicuro costretta a fare turni sfibranti in lavanderia per arrivare a fine mese. Era una bella donna, un poco logorroica con la tendenza a mettere se stessa e le sue disavventure al centro di quegli interminabili discorsi. Così accadeva che l’amante del momento fosse costretto, già in mutande, a sorbirsi il resoconto di tante disavventure e sofferenze,  tanto che a tanti gli si era ammosciato ancora prima di incominciare e quelli che erano riusciti nell’impresa raramente tentavano una seconda scalata a quel monte.

Eravamo in tanti e scombinati, in quel regno che iniziava per la parte bassa, quella sotto via Santa Sofia, di corso di Porta Romana e terminava alla sua fine, cioè alle mura spagnole.  Il cuore del regno era la Crocetta, nemmeno una piazza, ma un largo svincolo a ypsilon, dove il corso riceve due importanti affluenti: corso di Porta Vigentina e via La Marmora, a loro volta ben serviti dalle vene  di tanti corsi minori.

Ci si vedeva tutti, ma mai tutti insieme, sempre alla spicciolata, a mezzogiorno al bar di via Quadronno. Oggi io, te e lei; domani lui, Lalla e la sua amica. Era un bar in miniatura, composto da due grandi vetrate disposte a elle, che delimitavano un muro di fronte al quale correva un lungo bancone. Era noto per le sue tartine al caviale, al salmone, per i suoi sandwich a triangolo rettangolo ripieni di strani intingoli. Ma soprattutto per i vini bianchi da aperitivo. Si doveva stare in piedi, era come essere dentro la cabina di una funivia, i più fortunati riuscivano a sedere su di una panca che correva lungo il muretto che reggeva le vetrate. Non c’erano, non potevano esserci tavolini e sedie. Però piaceva, era come fare una corsa in tram all’ora di punta. Tutti in piedi a pestarsi i piedi per la calca. Noi, cioè io e Mietta, ordinavamo sempre una bottiglia di pinot gris dell’Oltrepò pavese, forse della tenuta dei Giorgi. Era un bianco appena appena mosso e di sicuro questo non deponeva  a suo favore per essere un pinot gris. Aveva il merito di indurre, con pochi bicchieri, a vedere ogni cosa frizzante e con un suo lato ridanciano, ma anche lasciava in eredità pesanti mal di testa.

Dietro il palazzo del bar i mediocri giardinetti di via Quadronno e la scuola elementare del quartiere. Anche per questo era il punto di riferimento di tante belle madri in attesa di prelevare il figlio in uscita dalla scuola. Donne pari a quelle in Italia non ce ne sono. Sono le mogli di prestigiosi architetti, il cui studio è noto persino a New York; di avvocati che si occupano solo delle vicende legali di aziende che fatturano un miliardo di miliardi;  di chirurghi che quando passano per il corridoio dell’ospedale, le infermiere svengono per l’emozione. Sono donne  delle quali non sai dove inizia l’eleganza e dove finisce la classe. Ma sai che sono in grado di metterti sempre a tuo agio e, al tempo, a tuo disagio quando parli con loro.

Charlene, che ormai veleggiava verso i quaranta e temeva di rimanere a bocca asciutta e con qualche debito, domandava a Mietta: “Ma come mai stai con lui?”, cioè me. Non che fossi del tutto malaccio e per il fisico e per l’inventiva, ma era noto a tutti che non avevo una lira e non avevo una casa. La mia se l’era presa l’immonda bagascia che avevo sposato. A quanto mi fu riferito, Mietta rispondeva: “Perché per mia sfortuna è l’unico uomo di genio che ho trovato, trovamene uno anche ricco e questo lo lascio a te”.

Mietta era la meno equipaggiata per natali e quote mantenimento, pur non essendo proprio un’inezia. Eppure in quel harem di scombinate che avevano strozzato il sultano, era la vedova imperiale. Le sovrastava e le dirigeva tutte per preponderanza del corpo e per potenza dell’anima. Il volto ricordava, ma con tratti più delicati e armoniosi, quello di Claudia Cardinale; il corpo era più o meno quello di Sofia Loren. Gli uomini con lei erano in estasi, ma sopraffatti e intimoriti. Mai nessuno osò con lei, anche il più cafone, una parola che non fosse al posto che doveva essere.

Lei era, come mia nonna, corpo, vino, risate, azzardo e sceneggiate. Non un giorno che fosse la copia di quello andato.

Alla Crocetta, proprio accanto al teatro,  c’era il bar di Giuseppe. Un tempo capo barman del bar via Quadronno. Di fronte la sede dalla Ca.ri.plo, oggi banca Intesa. In cima al palazzo, c’era l’attico della contessa (vera) di Demonte, sotto il monte Argentera, prima del valico per passare in Francia.

Era una donna minuta e paffutella di un’intelligenza, di uno spirito e di una cordialità straordinaria. Il brutto era che aveva la mania delle piante. Il terrazzo del suo attico sembrava il giardino pensile di un palazzo babilonese. Una piccola foresta tropicale. E questo passi. Ma il fatto era che se le facevi visita ti toccava passare in rivista vaso dopo vaso tutto l’esercito arboreo e avere un rapporto dettagliato sulle condizioni di ogni singolo milite. Per cui lasciavo, quando c’era un invito, l’ingrato compito agli altri e mi rifugiavo da Giuseppe, che aveva impostato il suo locale come la legge del taglione del bar di via Quadronno. Se quello era grande come una scatola di fiammiferi, questo era grande come un parcheggio per pullman. Era disposto su due piani e serviva non tartine e minutaglia, ma panini anzi panoni, grandi come un pranzo. La qualità era comunque eccelsa e in lista figuravano forse un centinaio di varianti, tutte con i salumi o i formaggi più pregiati di mezzo mondo, accompagnati da salse e verdure altrettanto squisite. Insomma si veniva lì per mangiare e non per spiluccare. Ma, dato i prezzi, la clientela rimaneva  selezionata anche se più incline al bauscia che alle belle ma impossibili.

Qui era ospite fisso per il pranzo Willy (William) che era un inglese vero e non per finta. Era un membro occasionale e non fisso del nostro gruppo. Dirigeva un’agenzia di qualcosa, sebbene di preciso nessuno sapesse bene di cosa si occupasse. Era longilineo come lo sono i veri inglesi e questo lo faceva più alto di quanto in realtà fosse; così come aveva la pelle bianchissima e lentigginosa, gli occhi tondi color nocciola crudele, una voce cantilenante assai poco rassicurante. A me non piaceva. Ero sicuro che un tipo così non poteva fare felice nessuna donna e nessuna donna far felice lui. Aveva fatto il soldato per sua maestà britannica in Malesia, combattendo i guerriglieri comunisti nella giungla. E in Malesia aveva appreso la ricetta del curry malese. Una sera, ad una cena fra noi, venne con tutti gli ingredienti e lo preparò, facendo lezione a noi tutti. Lasciò anche la ricetta scritta alla padrona di casa. Il curry malese è una salsa abbastanza densa che se ne metti in bocca un cucchiaino, all’istante ti sembra di restare fulminato, mentre ti pare che il calore che ti ha cotto muscoli e visceri esca dalla pelle  sotto forma di vapore color senape. Subito dopo senti, però, che ogni vena, ogni nodo linfatico del tuo corpo è stato come sturato e ripulito dal vigore quell’impiastro e i tuoi polmoni disincrostati di ogni crosta di fuliggine, che bianchi come la neve e porosi come una spugna marina, potrebbero pompare abbastanza fiato per farti correre in ginocchio, fosse in capo al mondo, verso il grembo della donna che ami in questa terra più che la stessa terra. Il curry malese condisce pollo, specie ali e coscette, riso, verdure cotte.

Il successo e la simpatia acquisita con la ricetta del curry malese, imposero alle padrone di casa di invitare a cene e festicciole Willy come ospite fisso. Ad una di esse conobbe Myriam, una del nostro gruppo, sebbene di qualche anno più giovane, sui venticinque/ventisei, ma anch’essa sola e con prole. Era stata un sergente dell’esercito israeliano e poi aveva sposato un italiano. Sarà stato il fascino della divisa, della doppia divisa, che attrasse l’uno all’altra, il fatto sta che Willy la convinse a venire a casa sua. Qui le strappò la gonna con violenza e se la chiavò nel culo. Naturalmente Myriam ci rimase malissimo, ma non volle presentare nessuna denuncia; si limitò a raccontare tutto per filo e per segno alle amiche.  Così Mietta mi disse: “Ci devi pensare tu, che tra l’altro sei stato un granatiere di Sardegna”. Willy mangiava nella sala superiore del bar di Giuseppe. Il servizio presentava il panone aperto in modo che l’avventore potesse prendere atto con precisione della farcitura e, a lato, era accompagnato da una scodellina di salsa di modo che se ne versasse quanto meglio credesse oppure niente del tutto. Mi ero seduto di fronte a lui e gli avevo detto che Myriam non era rimasta affatto contenta di lui. Poi presi la scodella della salsa e gliela sbattei in faccia. Mi ricordo che si alzò di scatto e – cosa buffa – si tirò fuori dalla cintura la camicia per pulirsi la faccia, rimanendo con l’ombelico al vento. Per fortuna molti avventori, superato il primo momento di sconcerto, si accalcarono al tavolo e circondarono me e lui, impedendo qualsiasi sua reazione. Dico per fortuna, perché sai, uno che ha combattuto nella giungla malese chissà quali colpi segreti e mortali conosce. Giuseppe ebbe un attimo di padronale intemperanza nel vedere il casino in corso nel suo bar, ma poi capì tutto e fu persino contento. Willy, con sua soddisfazione, non osò più farsi rivedere nel suo bar, così come nessuno più lo rivide in nessun altro del corso di Porta Romana.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *