Ancora dopo il sacco di Roma da parte di Alarico, re dei Visigoti, nel 410, la popolazione di Roma oscillava fra le 700.000 e le 800.000 unità. Era la città più popolosa e più ricca dell’impero; più popolosa e più ricca anche di Costantinopoli, divenuta la capitale politica dell’Impero, dove gli imperatori (Augusti) d’Oriente risiedevano stabilmente in essa, mentre gli imperatori (Augusti) d’Occidente da secoli preferivano stabilire le loro capitali in città di provincia, come Milano, Ravenna o Treviri, secondo il principio che Roma è ovunque l’imperatore alzi la sua tenda.
Consoli, pretori, questori esistevano ancora, ma i loro compiti si riducevano a organizzare giochi e feste. Erano cariche puramente onorifiche, tuttavia importanti perché era convinzione comune che mantenere intatte le forme dell’antica repubblica rappresentava una condizione essenziale per la stabilità generale dell’impero. Allo stesso modo il Senato che, privato di qualsiasi potere decisionale, doveva continuare a riunirsi e usare il tempo di questi consessi allo scopo di puro esercizio oratorio, volto per lo più ad incensare l’imperatore e le glorie passate e presenti di Roma. I Senatori erano obbligati, come in antico, ad avere residenza in Roma e a giustificare le loro eventuali assenze alle sedute dei patres. Il loro titolo onorifico era quello di ‘clarissimi’ e la loro esistenza, come ceto, era ritenuta decisiva per la salvezza di Roma. Rappresentavano l’apice dell’ordine sociale e dunque erano considerati come i simboli viventi dell’ordine su cui si reggeva l’impero. I clarissimi furono, secondo le disposizioni di Costantino, elevati al numero di 2000. Quelli i cui possedimenti agricoli erano per la maggior parte situati in Grecia, nei Balcani, in Asia partecipavano alle sedute del Senato di Costantinopoli, gli altri a quelle del senato di Roma. Erano tutti ricchissimi, ma fra essi solo una cinquantina di famiglie erano non solo ricche, ma ricche in modo vertiginoso e quasi incommensurabile. Si poteva essere cooptati nel Senato, ma una volta conscritti nell’ordine senatorio, non se ne poteva più uscire. Per legge i senatori non potevano alienare o semplicemente diminuire il loro patrimonio. In parte, e molto minimamente, la rendita di questo patrimonio veniva tassata dal fisco imperiale, ma più di tutto questa doveva essere impiegata in forme di munifica beneficienza verso i propri concittadini. In pratica i senatori erano i responsabili dell’intervento sociale nelle città di provincia attorno alle quali avevano i loro latifondi. A loro era demandata la cura degli acquedotti, delle strade, dei templi, dei palazzi pubblici. Erano loro a dover provvedere alle terme, all’organizzazione dei giochi, alle sistematiche distribuzioni di grano e altri generi alimentari. Ma solo nelle province, perché per quanto riguardava Roma, l’everghete della plebe romana era e poteva essere solo l’imperatore, così come alla amministrazione imperiale spettava la manutenzione diretta degli edifici pubblici e delle infrastrutture urbane. Solo l’organizzazione dei giochi era demandata ai magistrati eletti e questi erano per lo più dedicati all’imperatore in carica.
Era insomma una società quasi totalmente immobile. Chi nasceva da padre soldato, faceva per legge il soldato; chi nasceva da padre taverniere, faceva l’oste; chi nasceva da padre senatore, faceva il senatore. Nulla come un mosaico di una Chiesa bizantina ci riesce a dare l’idea esatta di questa ieratica immobilità geometrica con cui veniva simbolizzato l’ordine sociale. Una sorta di sacralizzazione della scala gerarchica dell’universo sociale, quasi fosse lo specchio di quello teologico. Dal centro, la figura dell’imperatore/Christòs irradia la sua luce/verità verso il meridione e il settentrione, a partire dall’oriente per arrivare all’occidente, in un cosmo pensato come un firmamento conchiuso di geometria pitagorica. L’immobilità assoluta come remedium mortis, sentita come imminente.
Ebbene quest’ordine, almeno in Occidente, a Roma in modo specifico, fu messo a gambe all’aria da sei donne, consentendo ai Franchi, ai Burgundi, ai Goti, ai Longobardi di rifare il mondo, salvandolo dall’orrore della morte non morte nella quale era caduto.
La prima, la più straordinaria, fu Melania, della gens Valeria. Sposata a 14 anni con il cugino Piniano, anch’egli della gens Valeria, furono i coniugi clarissimi più ricchi in assoluto dell’Impero. Il loro patrimonio era immenso e quasi inesauribile, ma Melania, col consenso del marito, decise di disfarsene, secondo quanto aveva decretato Cristo. Fu così che riuscì a farsi ricevere in udienza privata da Serena, di fronte alla quale, a capo scoperto, contro ogni protocollo, la convinse a fare propria la sua istanza di liberarsi di tutti i suoi beni, per devolverli ai poveri. Serena era la nipote del grande imperatore Teodosio, da poco defunto, e cugina di Onorio, il successore. Ebbene l’imperatore si lasciò convincere. Non solo. Rese possibile la cosa, altrimenti impossibile, affidando ai funzionari delle varie province il compito di mettere in vendita questi beni e riceverne il prezzo dovuto.
La cosa fu come un fulmine a ciel sereno nell’ambiente dei clarissimi. Per tutti, i due coniugi erano semplicemente impazziti e dovevano essere esautorati delle loro proprietà e favore di parenti sani di mente. Più ancora avrebbero impedito di fatto la vendita, semplicemente minacciando eventuali compratori. Ma il decreto imperiale, fece cadere ogni opposizione e governatori locali furono incaricati di procedere personalmente alle vendite. E così, abbandonati per sempre i vestiti di seta, i monili e le pietre preziose, vestita di vesti di lana usati, viaggiò da un capo all’altro dell’impero. Fu in Aquitania fra i Visigoti, a Tagaste in Africa fra i Vandali, sul Sinai, a Gerusalemme, a Costantinopoli. Ovunque passasse riceveva il prezzo delle proprietà vendute che veniva distribuito ai nullatenenti, investito in xenodochia (ospizi per poveri pellegrini), nosodochia (ospedali per i malati), per erigere monasteri e chiese. E poiché disfarsi dei propri beni era divenuto legalmente possibile, grazie a Melania, fu così che un gruppo di donne di rango senatorio, che si riuniva nella grande domus sull’Aventino della matrona Marcella, dove, sotto la guida di Gerolamo, erano istruite nella lingua greca, in quella ebraica, leggendo e commentando la Bibbia e i Vangeli, fecero esattamente lo stesso. Marcella, Paola, Eustochia, Blesilla, Fabiola, tutte abbandonarono il loro rango, si disfecero di quello che avevano, vissero nello splendore della libertà, e l’impero s’accartocciò come un manichino di gesso la cui intelaiatura di ferro corrosa di ruggine.





