Costantino il grande era figlio di Costanzo Cloro, Cesare d’Occidente, generale di eccezionali qualità, amato dall’esercito e temuto dai rivali ai vertici del potere. Sua madre, invece, era una modestissima locandiera macedone. Caso non insolito per i tempi, Costanzo riconobbe il figlio illegittimo e questi divenne per lungo tempo ostaggio e principe riverito presso la corte imperiale di Diocleziano, a Nicea. Imparò tutto quello che c’era d’apprendere sui meccanismi diurni e notturni del potere supremo, sulla natura umana, sui limiti del governo e su quelli della forza. Diocleziano ebbe per lui una precisa predilezione, considerandolo non indegno, nell’eventualità, a indossare la porpora.
Le vicende storiche che lo portarono a giocarsi la vita al ponte Milvio in cambio del potere supremo in Occidente sono note. Rimane un mistero storico perché a seguito di quella vittoria decise prima di legittimare il Cristianesimo e poi renderlo di fatto religione di Stato.
Sua madre era una fervente cristiana. Ma ciò non spiega niente, giacché ebbe su di lui un’influenza minima, avendo passato l’adolescenza e la prima giovinezza alla corte imperiale di Diocleziano e avendo avuto per maestri retori e grammatici greci, giuristi latini, filosofi stoici di tradizione pagana. Sul piano dell’esperienza di vita aveva visto la spirale nella quale si avviluppano tutti i giochi di potere e, dal punto di vista prammatico, aveva visto i limiti dell’efficacia del potere stesso, la sua sostanziale impotenza a cambiare il corso delle cose.
Diocleziano aveva rimesso in piedi l’impero come dicevano, persino senza adulazione, i suoi contemporanei? No, aveva rimesso in piedi la macchina la Stato, l’apparato di governo e di coercizione, l’efficienza dei funzionari, la capacità di combattimento dell’esercito, la sicurezza delle frontiere, la regolarità del flusso finanziario che permetteva alla macchina di funzionare. Aveva naturalmente cercato di risollevare la società dallo stato comatoso in cui versava e lo aveva fatto con ingiunzioni, leggi, obblighi, comandi. Ma non avevano dato alcun risultato apprezzabile. La macchina dello stato con le sue ingiunzioni e obblighi non riusciva a invertire il processo di decomposizione sociale nel quale lentamente sprofondava la società romana; anzi gli ukase del potere peggioravano la situazione. Un po’ come oggi l’impero americano, dove l’esercito più efficiente del mondo è posto a protezione di una società che pian piano sprofonda nella sua stessa merda.
Diocleziano e i suoi comites erano perfettamente coscienti del degrado sociale nel quale versava la società imperiale e sfornavano leggi a manetta per cercare che i nobili di provincia si dedicassero con i loro beni alla cura amministrativa delle loro città, invece che spenderli in lussi, divertimenti, nuove proprietà. Volevano che gli artigiani tenessero aperte le loro botteghe, invece che iscriversi agli elenchi dei poveri per farsi mantenere dallo stato, che i figli dei soldati, invece che il gladiatore, il mimo, il protettore, continuassero la professione del padre, così da non arruolare in continuazione batavi, franchi, alemanni. I risultati peggioravano il degrado invece che fermarlo o almeno rallentarlo.
Più di tutto si pensava che il Cristianesimo avvelenasse lo spirito collettivo e fosse una delle cause principali del degrado. Furono ordinate delle persecuzioni su scala mai raggiunta prima, con migliaia e migliaia di arrestati e con centinaia e centinaia di martiri dati in pasto alle belve. Il risultato fu che il Cristianesimo non solo non fu estirpato, ma ne uscì più forte e prestigioso di prima. Aveva dimostrato a tutti che lo spirito è più forte della spada e dove c’è spirito, la spada perde il suo filo.
Costantino era un uomo di vasti orizzonti, capì allora che il Cristianesimo non poteva essere la causa del degrado sociale, semmai la sua cura. Il degrado non dipendeva dal fatto che gli antichi dei e le antiche credenze fossero rimpiazzate da delle nuove, ma dal fatto che la più parte dei sudditi non credeva assolutamente in nulla e facesse del proprio ego l’unico idolo a cui sacrificare tutto, che considerasse il piacere l’unica ragione che desse un senso alla loro vita, che misurasse il bene di vivere con la quantità e la qualità di beni a disposizione del suo consumo.
Il degrado non dipendeva da quello in cui la gente credeva, ma dal fatto che non credeva assolutamente in niente, ovvero che la vita fosse uno scherzo maligno di qualche misteriosa fatalità. Esattamente come oggi.
In termini concreti il degrado sociale si manifestava come uno stato di accidia universale che spegneva qualsiasi progettualità e senso dell’onore.





