Come raccontano i Padri della Chiesa e la più parte degli scrittori del tardo/tardissimo impero, barbari erano alle porte, molte città erano state prese d’assalto e saccheggiate, ma persino in quelle assediate, la popolazione non se ne dava pensiero e invece che sulle mura se ne stava al circo a tifare per questa o quella quadriga oppure, nelle taverne, non finiva di discutere e accapigliarsi per i meriti di questo o quel gladiatore. Di lì a breve il fatto che sarebbe quasi per certo morto o ridotto in schiavitù non lo toccava o spaventava per nulla. Esattamente come oggi, che nell’imminenza della conquista di Roma, Parigi, Berlino, Madrid, Londra, da parte della mezza luna, la popolazione si entusiasma per il calcio e si domanda chi è il migliore nel tennis.
Tuttavia non è un comportamento da stigmatizzare o da deridere, perché nel modo di sentire e di agire della gente più elementare c’è, ad andare a fondo, un chiave illuminante della ragione sostanziale che rende il tutto comprensibile e sensato, giacché in loro la forza dell’inconscio è prevalente ed esso li guida per il cammino economicamente più breve e meno doloroso.
Sentono, come i cani il terremoto, che la catastrofe è imminente, niente e nessuno la potrà rimandare, usano il tempo a loro disposizione nei modi soliti con i quali ritengono più vantaggioso spenderlo. Sanno inconsciamente che la catastrofe ad ogni modo avverrà e che non esistono ripari per essa, giacché qualunque rifugio è illusorio, poiché il modo in cui il cambiamento di stato lascerà il mondo fino ad allora abitato e conosciuto non è prevedibile.
Nel linguaggio ordinario, il termine catastrofe è inteso come disastro, sciagura. In realtà significa solo mutazione. Dobbiamo ad Aristotele questo qui pro quo, giacché lo usa per descrivere il repentino passaggio, nella tragedia, dallo stato di felicità a quello d’infelicità dell’eroe.
Però significa ed è semplicemente un passaggio improvviso da uno stato all’altro. Il matematico René Thom ne ha formulato in termini certi la teoria. Si tratta della descrizione tramite equazioni del collassare di un stato di equilibrio di un insieme a seguito di incrementi anche minimi di valori quantitativi che sono presenti in quel determinato stato delle cose per passare ad uno stato materiale diverso. Ad esempio, se ho dell’acqua a 10 gradi e raddoppio il suo calore non accade assolutamente nulla; lo stesso se lo raddoppio ancora. Ma se a 99 gradi aumento di un solo grado la sua temperatura, l’acqua passa dallo stato liquido a quello gassoso, subisce dunque una catastrofe.
La teoria delle catastrofi mostra dunque il limite di resistenza e durata di un insieme strutturato; raggiunto quel limite non si ha, come ad esempio un ponte che collassa su se stesso per troppo peso, il crollo dell’insieme, ma un suo passaggio da uno stato all’altro, ovvero il suo entrare in un’altra dimensione.
L’impero romano e con esso il mondo antico non ha subito un crollo o un collasso, ha subito una catastrofe. Dunque non è venuto meno perché gli è mancato qualcosa, perché una sua arcata ha ceduto, bensì perché ha incrementato oltre il limite sopportabile la dinamica stessa che lo informava. La dinamica che informava il tardo impero era la relazione reciproca fra centro e periferia. Si può immaginare l’impero come una ruota a raggiera con all’estremità di ogni raggio, una città. La ruota gira perché ogni raggio è fissato col perno al centro e dal suo girare trae vantaggio ogni città che è tale proprio perché è connessa con tutte le altre. Tutte beneficiano non solo di una comune protezione che consente ad ogni cittadino di dedicare tutto se stesso a quello che meglio crede, in particolare ai suoi affari o ai suoi piaceri, ma consente di beneficiare di tutti i vantaggi del comune girare. Ad esempio la città di Lione può organizzare i giochi con i leoni e le giraffe perché è in contatto permanente con quelle dell’Africa e può ordinare le belve ai mercanti specializzati che hanno sede a Ippona o a Cartagine o a Cirene o a Volubilis. A loro volta queste città africane possono beneficiare dei vini del Rodano o della Loira o della ottima lana di Lione. E così per tutto il resto in ogni angolo dell’impero. A sua volta ogni città all’estremità di ogni raggio sente il peso della centralizzazione, che significa tasse sempre più elevate e diffuse, leggi sempre più stringenti e a tappeto e magari contrarie a usi locali; sente l’invadenza dei pubblici poteri in ogni affare locale. Si sente oppressa e spinge in senso centrifugo il raggio che la lega al perno. Di contro il potere centrale tira sempre più in senso centripeto quel raggio nella misura in cui avverte di non riuscire a esercitare in pieno controllo sulla periferia e così realizzare in pieno i suoi progetti generali. Bene dopo tanto e imponente aumento dell’invadenza della centralizzazione, avviene che un ulteriore, magari modesto incremento, del potere centralizzante dello stato determina il cedimento della raggiera, ovvero il fatto che, per quanto paradossale, non interessa più a nessuno continuare a ruotare e gli diviene indifferente il fatto che barbari siano alle porte. Che facciano quello che vogliono, tanto loro o il sistema imperiale è lo stesso. E’ esattamente quello che accade oggi in europa occidentale e in usa. Tutti avvertono, persino i cretini, che l’immigrazione ormai su scala mondiale e del tutto selvaggia porrà a breve fine all’impero del capitalismo globale e digitale, ma nessuno vuole o può fare qualcosa per impedirlo. A parte le chiacchiere e i lamenti di qualche vecchio inutile, tutti sono indifferenti a quello che sta per accadere, vedono, come gli antichi, i barbari in armi sul Reno, ma la cosa li lascia indifferenti, non danno alcun valore a quello che sono, a quello che sono stati, a quello che potrebbero essere. Il capitalismo digitale trionfante li ha a tal punto abbruttiti e resi inerti che questo o quello purché si possa arrivare alla tomba senza troppi scossoni, magari dopo che l’inter ha guadagnato un altro scudetto. Un ulteriore incremento della quantità di capitalismo digitale immesso nell’ordine sociale e i più non andranno nemmeno più a far finta di lavorare come hanno fatto fino a ieri.
Cosa accadrà in concreto? Non lo sappiamo, ma probabilmente avremo una catastrofe e non un collasso, come accadde per l’impero romano. Lì di sicuro si ebbe una mutazione e non un tracollo.
Infatti i barbari smisero di essere barbari e dunque di essere un problema, e si immaginarono, nelle diverse porzioni di territorio che si erano prese, degli antichi romani, con tanto di toga e per i guerrieri più valenti con toga palmata, si dedicarono allo studio dei testi sacri e si misero a far scrivere le loro leggi in latino. In poche parole, si travestirono da romani e finsero di esserne gli eredi. Più di tutto, la sublimazione delle città, che passarono dallo materiale a quello spirituale. Completamente abbandonate, si ricomposero in forma microscopica e allegorica nella specie dell’abbazia, ovvero della città romana in forma puramente mentale. Che altro è infatti un’abbazia benedettina se non la sintesi e la memoria viva della città nella sua essenza? Il luogo dove si studia e si apprende, dove ci raduna e insieme si decide, dove si eleggono magistrati, dove si celebra il dono di Dio, la nostra presenza, e dove si produce, si divide razionalmente il lavoro secondo attitudini e possibilità, e si crea?





