La faccenda ha un’antica origine, probabilmente quando, con Cartesio, la scissione fra mondo della natura e quello del pensiero divenne un dato di fatto nella coscienza di senso comune. Due realtà parallele, irriducibili l’una all’altra, ma in apparente relazione, che tuttavia nessuno riesce a definire con certezza nel modo e per quale causa.
Nell’immaginazione immediata di tutti si dà per certo l’esistenza di un mondo fuori dal pensiero e che sarebbe la causa del pensiero stesso. È il modo di vedere le cose di buona parte di noi tutti, in modo particolare dei cosiddetti scienziati, che in realtà più che scienziati sono i tecnici di laboratorio e dei divulgatori di nozioni altrui. Questa visione della realtà è evidentemente resa possibile dal pensiero proprio nel suo immediato manifestarsi, e trova la sua sistemazione definitiva quando viene teorizzata l’idea che il pensiero sia una sorta di specchio dentro il quale la cosa oggettiva specchia se stessa. In effetti io esisto anche senza specchio e quando ebbi modo di guardarmi dentro di esso, vidi semplicemente quello che direttamente non potevo vedere: gli occhi, la causa per cui potevo vedere lo specchio.
In realtà, come ben sapeva Cartesio, il pensiero non è lo specchio di alcunché, bensì nella sua essenza è volontà. E la volontà che cos’è? È la facoltà di imporre il significato alle cose; è dire che le cose ci sono (l’affermazione per cui dico che la tal cosa esiste, non è una constatazione, è la conseguenza di un atto di volontà per cui il linguaggio mi impone di concepire come esistente quello che attraverso i sensi immagino) e che hanno un nome, quello che vogliamo dare loro.
La volontà è il significato con cui rileviamo che attorno a noi ci sono un mucchio di cose e che esse hanno un nome grazie al quale le possiamo distinguere le une dalle altre. E tutto ciò è possibile perché noi, pur essendo dentro le cose, non siamo una cosa, bensì la facoltà che stabilisce cosa è una cosa e che cosa non è una cosa.
Ora che la volontà sia l’essenza del pensiero ovvero dell’uomo, non è una bizzarria di pensatori come Schopenhauer e come Nietzsche, bensì una constatazione di un dato di fatto la cui certificazione risale perlomeno a Cartesio, ma la cui implicita consapevolezza deve essere ricondotta alla Bibbia. L’attività del pensiero è dare un nome alle cose. Per molto tempo la fatica del pensare è stata appunto quella di trovare il vero nome delle cose, quello che stava dietro a quello con cui convenzionalmente le conoscevamo. In altre parole si dava per scontato che fra pensare e pensato ci fosse un rapporto oggettivo, e si chiamava verità la scoperta di questo rapporto che si manifestava al di là delle apparenze.
Se la facoltà del pensiero è quella di raffigurare un mondo, che nella sua essenza è una totalità di cose che possiamo riconoscere e conoscere perché il pensiero le nomina e, tuttavia, siamo fortemente indotti a ritenere che possano esistere anche senza che il pensiero le pensi e le nomini, allora dobbiamo domandarci quale sia la natura del mondo delle cose. In genere lo si chiama il mondo della natura, ma a me sembra un concetto approssimativo. Direi che è meglio lo accoglie quello di creazione. Questo mondo delle cose è il mistero dei misteri. A quanto sembra è il residuo che rimane dopo che il pensare ha focalizzato e riconosciuto nello spazio e nel tempo il manifestarsi di fenomeni che la sensibilità rileva. Kant chiamò noumeno questo residuo invisibile che sta dietro ogni nostra rappresentazione mentale delle cose.
Il mondo delle cose, cioè la creazione, è l’evidente uscita dal nulla delle cose. Non c’è nessuna possibilità di spiegare un evento del genere, nessuna causa che ne mostri il dover accadere. Ovviamente anche le parole fanno parte del mondo della creazione, ma questo sembra essere qualcosa di non preso in considerazione dai maestri dell’attuale nullismo. Non esiste causa al manifestarsi dell’essere, se per causa intendiamo il principio per cui posta una cosa e ne consegue necessariamente un’altra. Dio non può essere causa efficiente per il semplice fatto che diverrebbe a sua volta essere causato da altro e così all’infinito. Per cui il mondo è, ma non c’è nessuna ragione per la quale posso spiegare perché ci sia e perché non è possibile che non sia o perche sia possibile che sia.
C’è, e non c’è modo di pensare come potrebbe essere che non sia. Il nulla sarebbe, in caso contrario, l’essere senza l’essere. Un’ evidente impossibilità della ragione a determinare il significato di una cosa del genere. Non sappiamo né come il mondo è, e nemmeno come sarebbe se non fosse. Tuttavia del mondo stesso, nel momento in cui diciamo che il mondo è, qualcosa intorno ad esso lo possiamo dire, poiché ne conosciamo l’attributo principale: è organizzato.
Nulla accade se non per necessità. La creazione, ovvero l’insieme dei fatti che accadono, segue un insieme di leggi che, date le medesime circostanze, determinano la successione dei fatti in modo univoco. È quello che manda fuori di testa il cultori della volontà. Le cose sono come sono, seguono un ordine che totalmente indifferente a quello che vorremmo che fosse o non fosse.
Sul fronte del pensiero teoretico, la modernità ha rinunciato a porsi il problema del fondo oggettivo che si nasconde al pensiero ma che dobbiamo supporre sia indissolubilmente legato ad esso e che nella tradizione filosofica greca e medioevale è chiamato “verità”, l’aletheia, il non nascosto, quello che sta dietro a ciò che appare e che ne è la ragione. La verità. Il fondo ultimo che rende ragione al mistero dell’essere.
C’è un piccolo episodio storico che, se letto con attenzione, ci offre lo spaccato reale di cosa oggi sia il rapporto fra il pensare e il pensato, fra la volontà e la verità.
Goebbels, ministro della cultura e della propaganda di Hitler, convocò il famoso regista Lang sostanzialmente per arruolarlo fra i cineasti di regime. Lang non ne voleva sapere e per liberarsi delle insistenze di Goebbels, gli disse che era ebreo. Al che il ministro rispose: “Siamo noi che stabiliamo chi è ariano e chi no”. E’ una risposta strepitosa, che oggi ripeterebbe la più parte professori universitari di Oxford, di Cambridge, di Yale, Stanford, di Harvard. Siamo noi che stabiliamo chi è donna e chi no. E così hanno stabilito che chiunque può essere donna se crede di essere donna; e siccome sono democratici anche che chiunque può essere uomo se gli piace essere uomo.
In altre parole siamo noi che stabiliamo cosa vuol dire essere donna, cosa vuol dire essere uomo. E’ la nostra volontà che stabilisce il significato che devono avere le cose. Sono matti? No il processo logico che porta a questo è molto semplice ed è identico a quello fatto proprio dai sofisti ad Atene nel IV secolo. Il significato di una parola è sempre e solo un’altra parola e questo genera, come una serie numerica, una successione che va all’infinito senza poter mai trovare un punto di arrivo che stabilisca oggettivamente cosa vuol dire questo o quello. Dunque il significato che possiamo attribuire alle parole non potrà essere che del tutto soggettivo, per stabilire cosa vuol dire una parola avremo sempre bisogno di un’altra parola, un abisso senza fine. Come possiamo allora parlare e comprenderci vicendevolmente. Grazie ad una convenzione. Grazie al fatto che convenzionalmente qualcuno è riuscito a fissare per tutti il significato. Lo cose sono come sono semplicemente per universale consenso, dunque il vero problema non è quello insolubile di stabilire la vera verità di quello che si dice, ma convincere gli altri che quello che diciamo è vero. Sembra di essere al congresso del PD. Si era, invece, nell’agorà di Atene.
Non c’è nessuna verità perché la parola non può toccare nulla se non altre parole e dunque il linguaggio, o meglio il parlante dotato di forza, diventa arbitro del vero e del falso, quello che vuole che sia vero è vero, quello che vuole che sia falso è falso.
Se ci è chiaro come procede il pensare dominante, capiamo tutto il resto. Capiamo ad esempio perché l’uomo si è divinizzato. Vive in una specie di bolla, di universo tutto suo di cui è signore e padrone. E’ lui che stabilisce, in questo universo tutto suo, cosa c’è e non c’è, cosa ha valore e cosa no, cosa è bello e cosa e brutto. Come signore e padrone del linguaggio è infatti lui che dichiara quale significato si deve attribuire a quello che percepiamo e che reazioni è giusto avere di fronte a quello che viene imposto come il significato vero, giusto e buono delle cose.
Del resto, per concludere in banalità, ma assai piena insegnamento, come hanno potuto far passare un’influenza per la peste bubbonica? Per consenso. Hanno detto che questo era il significato che si doveva dare ai sintomi e – si badi – ad esso si sono piegati non solo miliardi di mezzi studiati e di babbuini, ma milioni di medici.
Esiste via d’uscita? Indubbiamente, ma è come forzare le sbarre di una gabbia, perché anche se in modo inconsapevole, siamo più o meno tutti convinti di essere Dio, un Dio piccolo e mortale, eppure nella limitatezza del tempo in cui sostiene di esistere, si crede onnipotente, capace di dare alla sua vita, al suo mondo privato, all’insieme delle relazioni pubbliche, persino al mondo intero e anche al clima, se proprio vogliamo esagerare, la forma che si vuole. Del resto sentiamo da ogni parte gli sproloqui di quelli che dicono che vogliono cambiare il mondo? Eppure non scherzano, sono davvero convinti che la forma del mondo sia in fondo il modo in cui loro, insieme agli altri, vogliono che il mondo sia. E’ la via della follia e della rovina. Ma la strada tracciata è quella, ed è appunto possibile perché si è rinunciato a vedere quello che non si può vedere. Si può vedere quello che non si può vedere? Non è una pretesa assurda? No. E la ragione sta nel fatto che la volontà non è sufficiente a se stessa. Nella misura in cui impone un significato ad una cosa, deve prendere atto che il tempo, che è poi il traliccio su cui si dispone tutto quello che nominiamo, non avrà mai un significato diverso da quello che ha, non potrà mai trovare in un altro nome il suo significato. Dunque il tempo, che è la sostanza che regge e rende possibile l’intero creato, non è soggetto al creato stesso, al suo volere e raffigurazione. E’ il tratto di unione che collega quello che c’è con con quello che al di là di ciò che c’è; è impossibile incastrarlo nei limiti delle cose, ma sarà sempre prima e dopo ogni cosa, e dunque il vero messaggero del fatto che la verità delle cose non è umana, ossia non è un convenzione del linguaggio, ma un abisso nel quale dobbiamo calarci affinché il linguaggio possa dirci qualcosa, senza cancellare se stesso in una sorta di rumore indifferenziato.



Bellissime riflessioni.
Mi consola sapere che San Paolo ci voleva umili collaboratori della Creazione che, svolgendosi nel tempo, ancora non e’ compiuta.
Pensi che il Logos, al principio di ogni cosa, abbia un legame con la necessita’ di dare un nome alle cose per renderle reali? (dare loro vita)?