LUOGHI: BAJARDO

 

Qui, al culmine del colle, ci fu un dolmen dei Liguri Eburiati. Poi una fortificazione romana, di seguito un castello medioevale, infine una chiesa di cui crollò il tetto nella tragica domenica del terremoto del 1887, colma di fedeli in preghiera. Il paese si chiama Bajardo. Un nome stravagante, così come il significato della parola francese “bayard”, lo stesso nome che il paladino franco Rinaldo aveva dato al suo  cavallo.

Non so quando, ma di certo abbastanza lontano nel tempo, sorse la leggenda che qui morì il cavallo di Rinaldo, quando rientrava con Carlo Magno in Francia dopo la conquista del regno longobardo, ragion per cui il nome del paese. Ne conferma la veridicità il fatto che sulla cresta montana parallela sorge il paese di Perinaldo, che in dialetto suona “a pé Rinaudu”, a piedi Rinaldo.

All’inizio del secolo XX, Bajardo divenne una piccola stazione turistica per la modesta borghesia di Sanremo in cerca di refrigerio dal caldo umido dell’estate sul mare. O forse un luogo da eleggere a privilegio per sembrare qualcosa. Divenne così il centro di raccolta di nonne con i nipotini, vecchie zie senza figli ma a disposizione della parentela, mogli ormai usurate e liberate dalla necessità di mostrare rotoli di cellulite sulla spiaggia.  Le giornate passavano serene, dedicate a innocenti passatempi: passeggiate nei boschi, la raccolta dei funghi, la preparazione di marmellate di more selvatiche, manicaretti giornalieri, spesso causa di dispute senza fine circa ci volesse o no un chiodo di garofano in più, una testa d’aglio in meno. I paesani che avevano ricostruito il paese sotto quello antico di pietra devastato dal terremoto e che avevano alzato case abbastanza ampie e confortevoli, affittavano stanze o un’intero piano ai “foresti” venuti dal mare. Un solo alberghetto dava ospitalità a quelli che si fermavano solo qualche giorno e non per l’intera stagione estiva, due bar, uno con ristorante, era d’obbligo soprattutto alla domenica, per i suoi gelati, mentre l’altro, più tetro, quasi di fronte, era di stretta frequentazione paesana. Niente gelati, ma molti bicchieri di vino.

Noi vivevamo in una casetta proprio all’inizio del paese, poco prima dei giardinetti da dove saliva la strada principale che portava in cima alla spianata dove, sotto l’antico colle, sul quale un tempo sorgeva come un pugno chiuso di pietra il paese medioevale diroccato,  avevano ricostruito la piazza, la chiesa, molte case, i negozi.

Poco distante la casa affittata da dei nostri cugini, dall’altra parte del paese quella di parenti un poco meno stretti. Ogni mattina una processione, guidata da mia nonna, una sorta di papessa di quella chiesetta di parenti che in corteo facevano il giro dei negozi di alimentari, non prima della telefonata di rito a Sanremo, dall’ufficio delle poste, l’unico dotato di apparecchio telefonico.

In quel negozio, e solo in quello, si comprava la frutta, in quell’altro la verdura, nell’altro ancora il pane e la pasta, fino ad arrivare alla macelleria, in cima alla piazzetta alta del paese, estremo limite della parte ricostruita, dove la mattinata culminava nel suo trionfo, perché la scelta della carne era da soppesare con l’attenzione di un acquisto in borsa.

Oggi agnello o vitello? Oppure del fegato freschissimo, come proponeva il macellaio, che con dei funghi freschi in padella, un bicchiere di vino bianco, sarebbe stato da ricordare negli anni. Ma la nonna non si lasciava incantare e domandava severa: fresco questo magatello? Controfiletto davvero tenero ne avete? E di seguito sempre un appunto sull’acquisto del giorno prima, che si era all’altezza ma non proprio quanto promesso.

Per noi bambini era un’agonia, così scappavamo fuori da quel negozio freddo e acido di odori di carne in fermentazione e ci mettevamo a giocherellare in quella piazzetta. Fra un salto e l’altro e un tocco al palloncino che ci portavamo sempre dietro, sbirciavo le scale dell’alberghetto Miramonti, proprio a fianco della macelleria. Forse sarebbe scesa, come diverse volte era successo, e si sarebbe messa leggere seduta su di un muricciolo un libricino. Se fosse accaduto, cosa mi sarebbe accaduto? Quello che mi accadeva sempre: sarei rimasto quello che ero, semplicemente rovesciato davanti dietro e capovolto testa in giù. Si perché soltanto a testa in giù potevo osare guardarla, senza timore che se ne accorgesse. Non potevo fare a meno di guardarla, non potevo sopportare che si accorgesse del mio sguardo. Se se ne fosse accorta, avrebbe capito che ero soltanto un fantasma della sua immaginazione e soffiando  fra le dita sarei volato via come una nuvola che ingombrava molesta il cielo azzurrissimo di quell’estate.

A parte me,  che ero convinto che quella strana malattia fosse un segreto invisibile a tutti, in realtà la cosa era di universale notorietà. Ma tutti fingevano di non accorgersi di niente. Una spontanea delicatezza di gente dotata della riservatezza che viene dalla buona educazione. Ricordo bene lo sguardo dolce della nonna, e però ironico di allusiva comprensione, quando mi trasformavo in una statua di sale.

La faccenda era appunto questa. Diventavo un altro, subivo un incantesimo per il quale, nello stesso momento, conoscevo la felicità suprema e l’infelicità più certa. Timore supremo dal quale però non puoi trovare scampo e col quale apprendi che la vita di questo è fatta al fine di darti qualcosa che sai che ne è la chiave senza però poter indovinare la serratura che si spalancherà al giro di essa.  Saprai insomma che vivere è tremore e timore perché dietro la fulgenza e la luccicanza dell’estate che mostra il pieno e il tondo dell’essere al mondo, per noi che abbiamo non solo un corpo ma anche uno spirito, da questo saremo travolti e strapazzati dentro un turbine che il mondo apparentemente ci scaglia contro, ma che in realtà  generiamo noi stessi dentro di noi senza nemmeno sapere come e perché.

Quale incomprensibile forza, quale misteriosa potenza, quale oscura divinità si era presa la briga di venire a farmi visita e prendere dimora nel mio animo? Io che ero solo un bimbo di 10 anni, circondato, così mi pareva, dall’amore universale di tutti quelli che mi stavano accanto? Per quale inspiegabile ragione provavo quell’indicibile tormento a cui non avrei rinunciato per nessuna ragione, perché mi pareva mi riempisse la vita e mi trasportasse su di un piano di realtà che mai avevo sperimentato prima e che mi liberava della mia condizione di bambino, riconosciuta come una prigionia e non come, fino a ieri, una condizione di felice abbandono agli altri?

Ero un bambino di dieci anni che nulla sapeva del sesso e meno ancora aveva sperimentato sul suo corpo qualche pulsione erotica.

Certo mia madre, che era una donna colta e di ampie vedute, non volle rinunciare a dare a me e a mio fratello quei ragguagli scientifici e razionali che spazzano via le pericolose favole che tanto spesso turbano e confondono le acerbe menti dei bimbi e degli adolescenti, circa il fatto di come sono venuti al mondo.

Ma, per quello che ne avevo capito, non doveva essere  qualche cosa di molto diverso da come facevamo l’acqua minerale con le bustine dell’idrolitina. Si versa nel fiasco la polvere magica e l’acqua comincia a ribollire, così se non chiudi subito col tappo di ceramica circondato in punta da un anello di gomma, dal collo del fiasco vengono fuori un sacco di bollicine. Allo stesso modo i bambini.

No, non sapevo nulla del sesso né, tantomeno,  avevo pulsioni sessuali, al punto che mio cugino, di qualche anno più vecchio, a volte raccontava delle barzellette un po’ maliziose, ma io non capivo perché qualcuno ridesse e mia nonna facesse la parte sua solita della finta scandalizzata.

No, non dal corpo mi veniva tutto questo, che del corpo è pulsione istintiva ad afferrare, a tenere, a fare proprio. No, non desideravo  affatto qualsiasi congiungimento corporeo con quella ragazzina, fosse stato una carezza o un bacio. Desideravo solo contemplarla, desideravo lo sconvolgente terrore di sentire, guardandola, che la terra tremava, che il cielo si apriva e mostrava l’abisso che, come una tenda di seta azzurra, normalmente nascondeva.

Il contenuto reale di quell’incantesimo era soltanto questo: la contemplazione fine a se stessa. La sperimentazione che ebbi a fare è che la natura propria dell’amore è quella di essere fine a se stessa; è volere che qualcosa sia per il semplice fatto che sia. Forse qualcosa di analogo alla ragione per cui, per mano di Dio, il mondo è.

L’amore, come una chiave spirituale, ti apre  l’anima e, dentro di essa, trovi e prendi l’immagine di come dovrebbero essere le cose e la confronti con quella che hai apparentemente di fronte a te, fuori di te, e allora sai che l’eternità esiste.

E’ un circolo. Vediamo la bellezza e, per il semplice fatto che ci sia, vogliamo che ci sia. L’amore è questo, è volere che le cose siano, che equivale  volere che quello che amiamo rimanga per sempre com’ è. Del resto nulla ci sconvolge di più che vedere distruggere una cosa bella, nulla ci dà più soddisfazione che la distruzione di una cosa brutta. Non è amore che indica la bellezza, ma è la bellezza a generare amore. E questo amore lo sentiamo sufficiente a se stesso, giacché tutto quello che sommamente vuole è che ciò che si è visto bello non smetta mai di apparirci bello. Non avendo bisogno di miglioramenti, la sua estatica immobilità ci dice anche che quello che abbiamo visto è l’immagine sensibile dell’eternità.

L’estate finì e io ero diventato un altro. Non più un bambino, ma un essere ibrido che confusamente annaspava fra il bisogno di sapere che razza di gioco era mai quella cosa che chiamiamo vita e l’immensa forza con cui la vita ci chiama a obbedire al gioco con cui incanta chiunque viva.

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