





Questo è il Ronchetto delle rane, almeno quello che ne rimane dopo la malattia, quella che si chiama sindrome piccolo borghese e che si manifesta essenzialmente in una visione della vita come confortevole insulsaggine e che, nelle periferie e negli spazi agricoli suburbani, come un eczema, produce eruzioni di palazzine linde, rosatelle, anonime nel loro squallore.
La prima volta che entrai al Ronchetto, fu circa 40 anni fa. Mezza dozzina di cascine antica maniera, un paio di case popolari antica maniera, un barbiere, una chiesetta, un’osteria con cucina, vale a dire una baracca di legno e mattoni, proprio in corte, circondata da cascinotti minori. Non era propriamente un ristorante da pranzo della domenica, ma da merenda dopo la passeggiata in bici o per fare bisboccia fra amici, la sera dopo il lavoro. Ti davano le rane e i pescetti fritti, gli affettati, qualche piatto classico della gente di Milano, quella che lavorava con le braccia: il risotto giallo, la busecca, i bolliti.
Ma non è di nostalgia che intendo parlare. Del vecchio Ronchetto qualcosa pur tuttavia resta, ad esempio le case popolari anni ’50. Lo conferma il tendone color azzurro nonsochè, che copre una finestra e che come una bandiera dice: qui abitano Lombardi purosangue di stirpe plebea. E’ rimasto il barbiere, forse sarà il figlio dell’antico mestierante. L’antica osteria baracca sta invece andando in pezzi, un rudere dilaniato dai tarli e dalla pioggia. Alcune cascine le hanno intonacate e tinteggiate, ma nel complesso mantengono la loro verginità, nonostante il trucco un po’ da bagasce.
Del vecchio Ronchetto è rimasto una cosa essenziale e questo davvero non me lo aspettavo. L’odore lombardo della tarda mattinata il giorno di domenica. Oggi era domenica mattina e lo si sentiva con nettezza. E’ un odore di cucina, di cucina che arrostisce e brasa con amore la domenica allo scopo di dare gioia e conforto a tutti coloro che siedono in questo o quel desco famigliare. E’ un odore di buono che si sente ovunque nelle realtà minori di Lombardia: piccoli borghi, quartieri di periferia rimasti intatti nella loro identità storica. E’ un odore di casseruole dove rosola il soffritto, di pentole che fumano di carni lesse, di forni dove il vitello va arrosto al profumo di rosmarino. E’ un odore adatto a gente che si conosce, da balcone a balcone, e nel complesso si sopporta benevolmente, dandosi una mano quando occorre e senza presentare il conto. L’essenza dell’anima lombarda.
Solo in Umbria ho fatto un’esperienza analoga. Entri in quei piccoli borghi di pietra lontani nel tempo e senti l’odore aspro del ferro sul fuoco che griglia le carni. L’odore della carne si mescola a quella dello spiedo rovente e hai una sensazione di bello e di buono. Una sensazione di casa, di amore, di pienezza. La sensazione spirituale è la stessa di quella lombarda, il suo contenuto materiale completamente differente.
I Lombardi amano l’odore rotondo come una nube vaporosa delle carni di manzo lessate o stufate. E’ l’eredità vichinga dei loro maggiori, che si spostavano con mandrie di bovini e delle bestie macellate mangiavano le parti nobili bollite, mentre le interiora e le parti di scarso pregio le davano ai loro cani da guerra e ai servi. Gli Umbri avranno appreso dai loro vicini, gli Etruschi, il piacere degli spiedi e naturalmente a infilzare su di essi il porco, l’agnello, il tordo e la beccaccia, non certo il manzo. Se andate a Cortona, l’ultima città etrusca prima di entrare in territorio umbro, ed entrate nel museo etrusco, in una nicchia di esso vi è la ricostruzione di una cucina con pezzi autentici trovati nelle tombe. Vedrete bracieri, treppiedi, spiedi, griglie. Agli Etruschi la carne piaceva così.
Ho sempre avuto l’impressione di un angelo appollaiato sulla mia spalla destra. Nei momenti in cui bisognava scegliere qualcosa, stabilire dove andare, quando tacere o parlare, o, più semplicemente, quando non sapevo che fare, sono sicuro che quando ho fatto la cosa giusta, questa mi è stata suggerita da lui e quando ho fatto la cosa sbagliata è perché ero troppo distratto o assente o cocciuto per prestare orecchio.
Oggi, 30 Aprile, domenica mattina. Non avevo proprio niente da fare e avrei passato una mattinata in casa senza costrutto, avrei fatto passare il tempo tanto per farlo passare. Ho avuto allora la sensazione che gettare il tempo in questo modo sarebbe stato un vero peccato e non tanto per dire. Un vero peccato. Così in questa dolorosa e consapevole condizione di insufficienza peccaminosa ho avuto modo di prestare orecchio. L’angelo mi ha detto: prendi la bici e vai al Ronchetto. Perché mi ha dato questa indicazione, che sono almeno 20 anni che non ci vado, dal giorno in cui vidi caterpillar e le gru alzare le palazzine per quelli perbenino? Niente, non sono stato a fare tira e molla. Se l’angelo dice una cosa e hai la fortuna di sentirlo, prendi la bici e vai.
E così ho sentito l’odore, quello stesso odore che erano ormai anni e anni che non sentivo e che mi diceva quanto di buono ci fosse nel mondo dove vivevo. Sono andato e ho inteso la felicità di essere vissuto così tanti anni fra gente che sa amare la vita, cioè quelli con cui vive, e lo fa capire accendendo il fuoco sotto una pentola di lesso.
