MANUALE FILOSOFICO PER NON DIVENTARE UN INSETTO

Premessa

L’alveare è il futuro del mondo, almeno di quello che abitiamo noi. A meno che non succeda qualcosa di imprevedibile, cioè un miracolo,  oppure una catastrofe nucleare, imposta dalle necessità di ciascun alveare di garantirsi un ampio margine di sicurezza nei confronti delle minacce reciproche. Se invece il corso delle cose sarà lineare, l’alveare sarà il punto di arrivo dell’attuale società industriale. Tutti i  sintomi già presenti oggi nel corpo sociale indicano la direzione che prenderanno le cose, sebbene l’attuale deficit di ritrovati tecnologici all’altezza imponga sistemi di controllo coercitivi e norme di ogni genere per ottenere comportamenti conformi. Ma non ci vorrà molto che con microchips sottocutanei e poi con istruzioni chimiche direttamente al  dna ogni individuo saprà stare nell’alveare nel modo che in automatico gli spetta. Del resto non ci sono alveari nei quali ci si ribella, dove si progettano dimensioni esistenziali alternative, dove qualche ape rifiuta di presentarsi al lavoro.

Che questo sia il grande progetto ideologico che informa la stessa civiltà industriale e l’insieme delle pratiche tecniche e scientifiche che ne consentono la realizzazione materiale, lo mostra con evidenza la riflessione critica persino su questioni di dettaglio. Ad esempio, come è diventato di senso comune, a seguito del lavoro di due pseudo scienze come la psicologia e la sociologia,  il termine “deviante”. Il deviante è colui che non si conforma, dunque è un pezzo venuto fuori storto, che va, con le opportune tecniche, riportato al conforme. In altre parole, non si riesce nemmeno a concepire il difforme come un atto di volontà, ma come la conseguenza di un errore di fabbricazione del soggetto “deviante”. Lo stesso e in maniera ancor più marcata quando si parla di “criminali” come malati e non come gente che ha fatto scelte violente sulla spinta di desideri e volontà inammissibili per la tranquilla convivenza di tutti con tutti. Non si riesce nemmeno immaginare che qualcuno possa rifiutare il bene che l’ordine sociale offre. Dunque se lo fa, non può essere un atto di volontà, generato dalla perfidia della sua anima, ma il risultato di una malattia. L’ordine esistente è il bene e dentro il concetto d’ordine non ci sono solo le cose, le strutture, le pratiche di vita, gli obblighi  comuni, bensì l’insieme delle idee che si crede reggano l’universo e i fini che deve avere nella vita un uomo quando finalmente vive in una società razionale e scientifica.

La domanda allora che dobbiamo porci è questa: perché un alveare  dovrebbe visto come qualcosa di negativo. In fondo è la realizzazione più efficiente, osservata in natura, di un sistema di cooperazione di individui della stessa specie. Più regolare e duraturo persino di un orologio svizzero. Perché dunque non prenderlo a modello anche per un gregge di uomini? La complessità del sistema industriale, i difficili equilibri su cui si regge, per cui basterebbe per la sua disgregazione anche una modesta diffusione di comportamenti difformi, di piccole regole infrante o non rispettate, in fondo impongono l’alveare come la scelta razionalmente più avveduta.

Il sistema industriale è un insieme di macchine complesse il cui scopo è produrre merci, dopo averle catalogate, numerate e stoccate in modo da realizzare le necessarie economie di scala. Deve poi trovare i mercati, cioè i compratori, a cui venderle. Il compratore non è, a sua volta, che una merce che il sistema industriale, fatti i necessari investimenti, crea e condiziona a vivere per comprare.  Potremmo dire che il consumatore è la merce, come un batterio alimentare, che ha il compito di metabolizzare e trasformare in merda le altre merci, generando così la possibilità di rinnovare l’offerta. Dunque il consumatore è un elemento essenziale per il corretto funzionamento del sistema e deve pertanto essere perquisito, sorvegliato e guidato in ogni momento della sua vita. Che male ci sarebbe a mettergli una targa come si fa con le auto, grazie alla quale sapere sempre dove è, cosa fa, cosa immagina e desidera?  Come lo si può istruire a consumi razionali, cioè conformi a quanto scarica il sistema produttivo, se non si sa nulla di lui e quindi non si sa con certezza come indirizzare i suoi comportamenti e desideri.

L’alveare risolve tutto ciò, garantisce una volta per  tutte i ruoli e gli ambiti di vita di ciascuno in forma digitalizzata e chimica. Come esistono macchine che pensano in automatico, avremo finalmente consumatori che consumano in automatico e faranno sempre quello che è meglio che facciano per la razionalità complessiva del sistema. La quadratura del cerchio.

Insomma perché tutto ciò, tutta questa razionalità capitalista, dovrebbe essere rifiutata? Esiste una ragione che possa confutare la validità di un progetto del genere?

No, non esiste se si usano i paradigmi teorici con cui questo universo sociale pensa e giustifica se stesso. Se accettiamo gli assiomi di base che danno contenuto teorico all’ordine dottrinale e all’insieme dei valori che orientano lo stato presente delle cose, la conclusione a cui dobbiamo arrivare è che il sistema ha perfettamente ragione a progettare l’alveare, perché esso è la conclusione necessaria della visione delle cose e dei valori considerati impliciti a quella visione delle cose che informa il mondo in cui ci tocca vivere. In altre parole, un mondo ordinato, efficiente, pacifico e totalmente orientato al soddisfacimento dei bisogni economici, senza disparità di principio fra singoli individui che saranno, peraltro, distinti per il merito, ossia per possibilità di efficenza inscritte nel loro dna, ma comunque perfettamente eguali agli altri per considerazione e senso di appartenenza, avendo tutti un medesimo scopo ideale e una reciproca fiducia nell’ordine di cui sono parte.  Dunque cosa di meglio ci si potrebbe attendere dalla società se, come in genere crede l’uomo  qualunque, il bene e la felicità sono una società efficiente, produttiva, egualitaria, ordinata, stabile, libera da patenti ingiustizie?

E’ evidente che la più parte di quelli che a parole dicono di opporsi alla società del presente, in realtà hanno in mente l’alveare e imputano allo stato presente delle cose la distanza che esso presenta rispetto a quel modello ideale.

Se siamo, come la più parte suppone, un grumo di cellule che si sono aggregate casualmente a causa di un principio intrinseco di selezione, connesso con l’ambiente, con le particolarità dell’ambiente, nel quale proliferavano, quale ragione ci sarebbe per rifiutare un ordine che, simile a quello di un pollaio industriale, ad un allevamento di maiali, di vacche, offrisse il massimo con il minimo? Ossia il massimo di ricavato con il minimo di energia spesa per produrlo? Esattamente come sopra, sarebbe del tutto irrazionale negare di farsi gestire dal buon allevatore nel modo in cui ritiene scientificamente più utile per tutti. Dato per scontato che siamo in una bolla senza senso alcuno, un puro caso del vorticare senza alcuno scopo di atomi, già pensare che esistano individui è una pretesa illogica (esistono fotocopie di modelli generali, la cui insensata ragion d’essere è appunto determinare il proliferare delle fotocopie stesse). Esiste il pollaio, il capannone/stalla, la porcilaia. L’unica meta ragionevole è allora incrementare il benessere complessivo degli animali e questo lo si ottiene usandoli per aumentare il ricavato complessivo del loro operare e poi ridistribuendolo secondo criteri di merito, ossia al quantum di utilità ogni individuo genera per l’utile comune. In altre parole, in un contesto del genere, l’unica opzione dotata di una qualche logica è l’incremento degli stati corporei che avvertiamo come piacevoli (in linea di massima fare della propria soddisfazione il bene ultimo del desiderare ed agire), attenuando ogni eccesso in virtù del principio della conservazione il più a lungo possibile del corpo (una sorta di calcolo del piacere, per cui è meglio un piccolo piacere che però dura 80 anni ad uno atomico che però ti incenerisce subito dopo), per cui si passa dal ristorante Ogni Ben di Dio alla palestra, dal sbornia sociale in allegria al centro dietetico, dal  trombaggio selvaggio, alla farmacia per l’acquisto del preservativo.

Se effettivamente siamo eguali a cani e porci per natura, ma solo un poco più complicati, non abbiamo dunque ragione di lamentarci se finalmente le follie umane saranno ingabbiate da un sistema d’ordine sociale, dove nulla potrà accadere se non quello che il macchinismo razionalista ha stabilito per il bene dell’alveare stesso.

Allora ci si deve porre la domanda essenziale: perché è lecito rifiutare una prospettiva del genere e, subito dopo, cosa posso fare per non lasciarmi trasformare in insetto.

Se accettiamo la logica implicita agli assiomi con cui il sapere collettivo risponde alle domande circa il senso dell’universo e della vita, rifiutare l’alveare non solo è irrazionale, ma diventa persino impossibile sul piano della consapevolezza. L’esempio più lampante è quello degli oppositori confusi, quelli che si sentono non in sintonia, ma esprimono questa disagio contestando quantitativamente il sistema, ossia perché inefficiente, perché produce meno di quanto sarebbe possibile, perché commette delle ingiustizie nella ripartizione dell’utile,  perché limita la libertà individuale, quando invece promuoverla  sarebbe quanto di meglio per generare una società armoniosa e felice. C’è in merito una cartina di tornasole che rivela la dipendenza del presunto oppositore al sistema che crede di contestare, ed è la questione dell’aborto. Nella misura in cui suppone che, magari per ragioni eccezionali, è ammissibile, ammette di converso che riconosce all’uomo nessuna altra realtà se non quella di essere un grumo casuale di cellule. E dunque non sarà in grado di opporsi sul serio alla sua trasformazione in insetto.

La linea di demarcazione sostanziale sta appunto nel porre il creato, come dicevano i filosofi medioevali, nel concetto di “contingentia mundi”. Il mondo non ha alcuna insita necessità di esistere, è il risultato di un progetto. E’ stato creato, non si autocrea per una sua misteriosa forza interna. Non è la risultante casuale, fra i miliardi di casi possibili, di una misteriosa sostanza materiale che muove se stessa all’infinito, senza direzione alcuna, generando appunto una scia di casi particolari. L’uomo non è, a sua volta, un caso particolare, un ente puramente biologico, fra i tanti che la casualità dell’ambiente terrestre ha tratto dalla combinazione, dal frullato, di elementi chimici che si sono shakerati insieme. Soprattutto l’uomo non è individuo, ma persona. Il concetto di individuo è eminentemente biologico e indica il fatto che nessun essere vivente, dalla mosca all’elefante,  può essere diviso in due o in tre, pena la perdita della sua essenza, a differenza di un sasso, che diviso in tre ci dà tre sassi al posto di uno.  Se dal punto di vista biologico, l’uomo è chiaramente un individuo, resta il fatto che questa non è la sua identità che lo distingue per essenza. L’uomo è essenzialmente persona. Cosa vuol dire? Che non è riproducibile o replicabile. E questo non per un fatto corporeo, bensì per un fatto di ordine spirituale. L’uomo è l’atto in atto per cui, pensando se stesso, pone se stesso come realtà separata da tutto il restante intreccio di connessioni col mondo, e pone se stesso sostanzialmente come un mondo conchiuso, come una realtà che ha capo e coda in se stessa, che esiste per sé prima che per qualsiasi cosa d’altro. In altre parole, è un’anima che, cogliendo se stessa come un’anima, afferma il suo diritto infinito ad essere una volontà libera e indipendente, o meglio a fare della propria volontà un bene irrinunciabile, il punto di partenza per ogni trattativa col mondo.

Solo a queste condizioni è possibile iniziare ad usare il DDT contro l’ordine costituito e trovare i modi per non essere mandato a succhiare nettare per il miele dell’alveare.


INTRODUZIONE: VIVERE DA SPARTANI, PENSARE DA ATENIESI

Si salveranno solo coloro che sapranno vivere da Spartani e pensare da Ateniesi. Questo è un piccolo manuale per conseguire la salvezza. Indica la via per arrivare ad Atene, passando per Sparta. Atene degenerò in un bordello a cielo aperto per aver dimenticato Sparta. Sparta divenne la caricatura di se stessa per non avere guardato al Partenone.

La via dunque è quella della sapienza, che gli imbecilli oggi chiamano cultura. Chi è colto? Chi è sapiente. Cosa vuol dire essere sapiente? Essere il signore del contesto nel quale si vive; saper dominare l’ambiente nel quale troviamo di che vivere. Non c’è sapienza senza disciplina; ma non c’è disciplina che di suo porti alla sapienza. Saremo sapienti, cioè potenti, se sapremo disciplinare la nostra vita, ma sapremo disciplinare la nostra vita se la vedremo come una barchetta in mezzo alle onde e non come le onde che guidano una barchetta.

L’apocalissi del presente sta appunto nel fatto che l’ambiente nel quale galleggiamo viene visto come una naturale e oggettiva estensione di quello che siamo, non un flusso di forze che ci sovrasta e ci porta dove vuole proprio perché non ne vediamo la potenza estranea al nostro volere e potere.

L’ambiente che ci domina è soprattutto, anzi essenzialmente, un contesto linguistico. La creazione delle scuole di regime ha moltiplicato al cubo la potenza del contesto linguistico sulla vita dei singoli sudditi. Se in un mondo preindustriale, la più parte delle parole, la più parte delle tecniche, la più parte delle conoscenze erano espressione e creazione diretta dei soggetti che vivevano in un determinato ambiente, ad esempio un villaggio di campagna, oggi nessuna parola, nessuna idea, nessuna tecnica è creazione ed espressione di alcun singolo soggetto racchiuso in un contesto industriale e linguisticamente prigioniero delle parole che gli sono state impartite. La caratteristica essenziale di questo contesto linguistico è la generazione di un vocabolario interamente composto di parole spezzate in due o in tre parti. Avviene così che i sudditi, parlando, non sappiamo mai il vero significato delle parole che usano e dunque, usandole secondo i modi che copiano dagli altri, dicano cose di cui non sanno assolutamente il vero significato e le implicazioni che esse comportano. Diventano così totalmente prigionieri del contesto nel quale sono inseriti, esattamente come desidera il sistema di controllo sociale che ha creato la figura ormai epica del mezzo studiato. Chi è costui? Quello che ha appreso a memoria tutte le parole che il sistema di istruzione coatta ha elaborato per lui. Ma essendo queste parole tronche, accade che lui dica: “figa”, pensando a qualcosa di eccitante, senza rendersi conto che la parola per esteso era “sfiga”, la quale ha ben altro significato.

L’esempio più lampante di come il mezzo studiato sia in balìa del suo ambiente lo rileviamo nella frase oggi ripetuta alla nausea ovunque: “Credo nella scienza”. Si tratta naturalmente di un ossimoro. Sarebbe come dire: “Credo nell’acqua asciutta”. Del resto come scrisse il tanto citato Popper: “Ogni qualvolta una teoria ti sembra l’unica possibile, prendilo come il segno che non hai capito né la teoria né il problema che s’intendeva risolvere”. Il grande storico della scienza, Russell McCormack scrisse qualche anno fa uno straordinario romanzo storico: “Pensieri notturni di un fisico classico”. Era una specie di indagine intima dello sconvolgimento esistenziale di un fisico classico, cioè un fisico educato alla teoria newtoniana dell’universo, di fronte alle nuove teorie del moto della luce e della struttura dell’atomo. Cosa era sconvolgente? Il fatto che una teoria che sembrava assolutamente perfetta, nella quale ogni teorema matematico coincideva con il piano tridimensionale dell’esperienza sensibile, era ora carta straccia, anzi una specie di sogno senza realtà. Dunque la scienza, ammesso che esista un ente del genere, funziona per sistematica confutazione di ogni ipotesi data per certa. Un fisico teorico è colui che per lavoro fa il demolitore, il suo scopo è confutare quello che si sa, mostrare che le cose non sono come sembrano. Nel linguaggio per i mezzi studiati è stato fatto passare per una specie di Zarathustra che rivela i segreti immutabili della dea Natura.

Ecco noi sappiamo che oggi il contesto è totalmente signore e padrone della mente, e quindi della vita, del mezzo studiato. Questo pensa e agisce come la risultante di un circuito, fatto di parole, di cui non conosce il significato, e proprio perché non ne conosce il significato, come una pallina lungo un tunnel, va a finire nella buca che si vuole vada a finire.

La disciplina spartana ha dunque come scopo abituarsi a soffrire nel corpo e nell’anima, perché solo attraverso l’attenzione che la sofferenza comporta ci si sveglia dallo stato di inedia soporifera nella quale abitualmente si vive.

I giovani spartani erano costretti ogni giorno a sentire fame e freddo. Nel caso non fossero stati all’altezza, allora anche la frusta. Questo è il primo passo; solo se sentiamo il nostro corpo come in conflitto rispetto all’ambiente, apriremo gli occhi sull’ambiente e vedremo quanto esso è il nostro padrone, ma scopriremo anche i modi con cui lo può essere e i modi con cui lo si può tenere a bada. Si tratta di un lungo esercizio di confutazione, esattamente come ogni vero fisico teorico porta avanti nei confronti di quello che circola nel suo ambiente e viene dato per certo.


  1. Regola numero uno

E’ la più semplice ed evidente, ma anche la più difficile da applicare. E’ la regola della consapevolezza, essere consapevoli di sé.  La qual cosa significa sapere che nulla è neutrale, nulla è l’ovvia conseguenza di uno stato di fatto. Tutte le parole che usiamo escono da un contesto e questo contesto dà a loro un marchio indelebile, attraverso il quale afferma l’innocenza con cui ti racconta le cose.  Essere consapevoli significa avere chiaro che le cose non sono come sono, ma come si vuole che siano. In altre parole che il mondo nel quale siamo immersi è una nuvola di vapore che genera l’immagine di quello che presume  essere vero, essere giusto, essere bello. Dunque non possiamo avvicinarci a concetti dati per assodati se non con sospetto, non possiamo ritenere giuste per definizione le ipotesi di valore ci suggerisce, non possiamo aderire entusiasti a quello che ci offre come piacevole, bello, interessante, utile.

Quando usiamo una parola dobbiamo chiederci perché abbiamo scelto quella e non un’altra e per quale ragione la nostra scelta è stata, il più delle volte, quasi automatica.

Naturalmente tutto ciò ha senso solo se  riteniamo che il sistema della comunicazione di massa, quell’insieme caotico, ma ben assemblato, di nozioni, informazioni, supposizioni date per verità di fatto, ideali, modi di ordinare i fatti, scale di valori, richieste di adesione sentimentale, sia sul serio   un sapere che permette di conoscere qualcosa e non piuttosto un colossale modo per condizionare aspettative, comportamenti,  reazioni, adesioni.

Non c’è universo storico che non si sia fondato su di un sapere di senso comune. Non c’è mai stato universo storico che il sapere di senso comune non sia stato il piedistallo che ha retto tutto il resto. E non c’è mai stato universo storico nel quale il sapere di senso comune abbia rispecchiato le verità di cui si faceva portatore nel raccontare la verità della sua storia. C’è, in ogni universo storico, una chiave di volta che regge l’arco del suo operare che viene, per principio, nascosta e viene nascosta proprio grazie al modo in cui il sapere di senso comune racconta la storia del mondo di cui è espressione. Se ad esempio guardiamo al mondo della repubblica romana, dobbiamo riconoscere che la molla che guidava l’intima ragione del suo fare era un universale ed incontenibile “harassment”, una libido di dominio sorgiva e indomabile. Il sapere di senso comune nascondeva questo molla primaria dietro un racconto fatto di principi di giustizia (i romani facevano solo guerre giuste), di fedeltà ai costumi tramandati, di dedizione alla Patria, di integrità morale. Era falso tutto ciò? No, era parziale, erano verità parziali e di contorno che servivano a nascondere il fatto fondamentale.

Esattamente la stessa cosa per l’attuale società americana che è mossa, fin dalle origini, da un incontenibile “harassment”, da un furore di appropriazione che l’ha portata a rivoltare e devastare ogni angolo del continente sotto il suo controllo in cerca di ogni fonte di guadagno, appropriandosi senza riguardo alcuno di qualunque bene, materiale e territoriale, che le capitava a tiro. Esattamente come a Roma, tutto ciò era celato dietro un racconto di senso comune nel quale gli americani si presentano come eroiche vittime dell’oscurantismo europeo, redente dal loro coraggio di affrontare l’ignoto, e capaci di volere un mondo  giusto per tutti, basato su principi universali di reciprocità, rispetto della persona, libertà di agire a modo proprio.

Ora, se noi ci sentiamo in conflitto col mondo nel quale siamo, dobbiamo comprendere che tipo di conflitto è. Se si tratta di rabbia per il fatto che ci sono troppe tasse, troppi impiegati pubblici che vivono a sbafo, perchè un numero spropositato di incompetenti  è salito a cariche di primo piano, allora è probabile che la cosa riguardi solo te, perchè sei solo un povero stronzo gonfio di accidia e risentimento per il fatto di percepirti come ingiustamente escluso dal banchetto che riempie di gioia quelli molto più in gamba di te. In realtà non ti stai opponendo a niente, semplicemente guaisci per il fatto di sentirti un escluso e al massimo, se hai energia, cerchi il modo di farti includere speranzoso di diventare anche tu, un giorno, assessore al traffico urbano.

Diversa, invece, l’eventualità tramite la quale ti senti in opposizione col sistema perchè ne hai compreso l’harassment che lo guida e lo percepisci non solo come orribile, ma come una minaccia a quello che sei e a quello che vuoi dalla vita. Allora comprendi che il sapere di senso comune è quello che fa da copertura al vero scopo finale del sistema, che è quello di trasformarti in un orologino programmato dal sistema stesso o – se vogliamo – in un insetto.

Questa è la vera dinamica che regge la società tardo capitalista, la conclusione necessaria di tutti gli assiomi con cui organizza la gerarchia di ciò che c’è da sapere, ciò che vero e ciò che è falso, ciò che giusto e ciò che ingiusto, ciò che vale e ciò che non vale.

In questo caso, e solo in questo caso, devi applicare a te stesso la regola numero uno. Dubitare di ogni parola e assunto che ti viene spontaneamente dal senso comune, e, in primo luogo, dagli assunti che prendi per buoni quando rappresenti te stesso e le motivazioni che supponi ti debbano guidare.  In questo caso, conoscere te stesso è la condizione per conoscere tutto il resto, ossia che probabilmente tutto quello che viene dato per scontato è falso e che tutto quello che viene dato per buono malefico.


2) Regola numero due

E’ la presa d’atto della logica intrinseca del sistema, quella di trasformarti in un suo elemento, ovvero in una componente del suo meccanismo di funzionamento.

Per la quasi totalità dei sudditi, la funzione che viene loro riservata è quella del consumatore assoluto. Si realizza con la sua riduzione a individuo isolato che, in cambio di una grande ciotola di zuppa, ottiene un “posto” (sic) di lavoro, ossia la funzione di guardiano e spia di coloro che sono nelle sue stesse condizioni e mangiano in silenzio a patto di guardare sottecchi quelli attorno a loro che, come loro, hanno il muso nella ciotola.

Individui assolutamente isolati anche quando credono di essere in compagnia festosi attorno al barbecue o alla piscina in villa. Lo scopo per il quale sono stati trasformati in statuine di marzapane e  di zucchero glassato è quello di far credere loro che il dolce della vita, che avvertono semplicemente passandosi la lingua sulle labbra, sia il bene supremo al quale possono aspirare. Ma potranno sentire il dolce della vita solo se, obbedienti, compreranno il biglietto per essere ammessi allo stadio dove si gioca la partita del vivere civile. Seduti sulle loro panche e divani, la macchina del sistema caccia loro in bocca un mestolo della sua pappa e chiede loro di squittire di piacere, per poi convincerli che in realtà non era poi così buona e dunque per essere davvero felici dovete ingozzarvi con un nuovo mestolo di pappa Windows 33333333 versione premium o con IOS 6666666 edizione speciale.

Questa logica è così pervasiva che non è inscritta solo nelle vicende esteriori, ma soprattutto in quelle più intime e sentimentalmente più coinvolgenti. Prendete, ad esempio, l’amore; o meglio, le relazioni generate dall’attrazione sessuale. Esattamente come con le merci più triviali: le scarpe, le auto, la pasta con le sarde o con le venete. Un paio d’ore d’entusiasmo narcisista, per passare con frenesia all’aggiornamento di programma successivo.  Una nuova merce/emozione da acquistare, da provare, da lodare, da gettare. Perché la logica è questa. Non c’è merce se non la consumi, e dunque consumare è dare il proprio sangue affinché il sistema ti possa ridurre in consumatore. E il consumatore ideale qual è? Quello seduto su di un divano, gli occhi fissi su di uno schermo, intubato dalla gambe alle braccia che, grazie al microchip sotto la pelle del pollice, paga a getto continuo tutto il ben di Dio di cui s’ingozza, collegato on line con le centrali di distribuzione via cavo alle quali gli danno accesso i tubi che si è fatto applicare al sistema venoso.

Il sistema ti vuole totalmente impotente. Ma è nella nostra natura, per decreto divino, che ciascuno di noi veda nell’essere potente, il vero bene del suo stare in vita.  Io mi raffiguro la vera essenza del vivo in una sorta di centro di energia. Una luce che in alcuni è più bianca e in altri giallognola; in alcuni più intensa e diffusa, in altri più fioca e tremula. Ma questo cerchio di luce è la nostra stessa anima, è l’effetto della nostra anima ed essa che illumina e, al tempo, crea il nostro ambito di vita, che è poi tutto quello che riusciamo a vedere, a capire, ad amare, ad odiare, a immaginare. E’ il nostro ambito, soltanto il nostro, ed è dentro di esso, soltanto dentro di esso, che possiamo agire, disporre di noi, crearci il nostro universo di senso. In altre parole, noi saremo liberi tanto quanto riusciremo a illuminare noi stessi nell’ambito di luce  grazie al quale ci vediamo alla prova con le cose che riusciamo a vedere per mezzo della luce di cui siamo causa.

Ebbene quest’ambito di vita e di azione viene sistematicamente contratto e ridotto d’intensità dal sistema. Sempre meno cose saprai, sempre meno cose potrai fare grazie alla tua intelligenza e capacità di agire in prima persona. Per convincersene basta osservare cosa insegnano nelle scuole, quale insieme di banalità e nefandezze grammaticali vengono insegnate. Come se si volesse, ma lo si vuole,  che la luce del pensiero sia la più  fioca possibile. E poi non ti insegneranno a fare nulla, proprio nulla. Avevo degli amici che erano in grado di prendere una moto, smontarla pezzo a pezzo poi rimontarla alla perfezione.

Il tuo ambito di vita è oggi ridotto al minimo possibile, tolto il quale diventi un puro automa. Non puoi trovare le parole giuste per distinguere le parti che ancora riesci a vedere; non hai nella mente la successione delle operazioni che dovresti fare per montare e smontare le cose che vedi.

La regola numero due è dunque riassumibile in un imperativo: smetti di consumare; rifiuta la logica dei consumi. Se dici a qualcuno di amarlo, pensaci perché deve essere per sempre. Se hai un maglione sbrecciato, impara a rammendarlo.  Mangia quello che mangiavano i tuoi nonni, preparando tutto con le tue mani. Se puoi smetti di lavorare; se non puoi, diventa un peso per i tuoi padroni. Falli ammattire.


3)  Regola numero tre

E’ la regola dell’appartenenza. Risponde alla domanda, essenziale per la nostra stabilità interiore, che può essere formulata in questi termini: “A cosa e a chi apparteniamo?” Appartenere significa essere disposti a darsi, ed essere disposti a darsi a qualcosa o a qualcuno significa essere fedeli.

A chi possiamo essere fedeli?  A Gesù Cristo e soltanto a lui, perché è la sorgente di ogni altra fedeltà. Se non hai Gesù nel cuore, non sarai mai sul serio fedele a niente, solo illusioni.  E se sarai onesto, dovrai ammettere che tutte si saranno trasformate in cocenti delusioni; se invece sarai disonesto, la tua vita sarà una collezione di vendette dettate da una cinica disperazione.

Essere fedeli a Cristo è essere fedeli all’ordine delle cose, cioè alla Creazione, all’ordine delle cose come sono state disposte e imposte da Colui che non può essere concepito, compreso, inteso. Dio non lo possiamo conoscere, ma lo possiamo vedere. Lo vediamo attraverso il volto di Gesù e la nostra fedeltà al Salvatore è la nostra stessa fedeltà alla terra, alla nostra condizione di cosa creata attraverso la terra e salvata dal suo ridursi a terra.

La regola numero tre impone dunque la fedeltà alla terra e ad essa soltanto. Guai a chi sale sulla mongolfiera del delirio di onnipotenza. Saremo non fedeli – che è impossibile – ad altri uomini, ma ad essi obbedienti solo fino a che avranno mostrato di essere a loro volta fedeli alla terra. Oggi il codice di fedeltà alla terra, che può essere riassunto nei Dieci Comandamenti, è stato fatto passare nella macchina trita documenti che ogni burocrate tiene sotto la scrivania. Questo ci libera da ogni dovere di obbedienza a qualsiasi apparato istituzionale. A qualsiasi idea esso ci propini. A qualsiasi miraggio con cui si compiace di illuderci.

La regola numero tre ci impone, dunque, di restare attaccati alla terra, sia simbolicamente che materialmente. E’ nostro dovere, il dovere di ogni spirito libero, di fare proprio un quadrato di terra e su di esso affermare: qui sono fedele a me stesso, cioè a Cristo, cioè alla mia condizione di cosa creata.


4) Regola numero quattro

Le regole sono quattro, come quelle del “Discorso sul Metodo”. Cartesio chiama la sua quarta regola “enumerazione”. Cosa intende con questo termine? Il procedimento di controllo continuo con il quale verifichiamo se i calcoli sono esatti e le relazioni poste  in maniera corretta. E’ una specie di verifica permanente del nostro procedere secondo i fini che ci proponiamo, ovvero attraverso il principio del non prendere per buono nulla, se non quello che risulta evidente, e dunque procedere in modo analitico fino a scomporre qualunque problema nei suoi elementi primi, dunque non ulteriormente scomponibili, dunque evidenti. L’enumerazione ci impegna nel costante processo di verifica del procedimento sia nel verso della analisi che in quella del suo contrario ossia la sintesi con cui ricomponiamo gli elementi di base nel modo della loro struttura originaria.

Coloro che detestano diventare insetti devono a loro vota “enumerare” il loro modo di procedere. Devono giorno per giorno verificare fino a che punto si sono adeguati alle direttive del sistema che li sta trasformando in insetti e quanto invece sono usciti dal seminato, ovvero opposto una valida alternativa al pensare e all’agire come il sistema chiede e ordina.

Pensi e ti lamenti  che il brutto siano le brutte e troppe tasse? Ti sta spuntando un’antenna da formichina. Non paghi una tassa? Ti cresce di due centimetri il cazzo. Credi che con la matita cambierai il mondo? Stai già producendo una quantità industriale di acido formico. Getti dalla finestra scheda elettorale, televisione, e non compri un giornale che è uno? Ti esce fuori una voce da leone. Aspiri ad un lavoro adeguato al tuo titolo di studio? Ti spuntano le ali da calabrone. Lasci il lavoro da manzo sedentario che facevi prima e vivi raccogliendo pomodori, facendo la vendemmia, raccogliendo olive e mele quando è la stagione, e poi zappando un po’ della tua terra, tagliando boschi o pescando a strascico acciughe? Come ti vedono, le donne ti verranno dietro anche scalze. Sei andato in vacanza? Cominci a emettere il classico zzzzz della zanzara. Non compri un bel niente, ma recuperi tutto quello che hai e trovi? Il ministro dell’economia, viene trovato suicida nel suo studio.