ALLEGRIA DI NAUFRAGI (PARTE I)

La caduta dell’impero romano è il fatto storico più rilevante di cui abbiamo notizia. Una catastrofe immensa alla quale secolo dopo secolo si guardò con sgomento e persino con incredulità, tanto che Carlo Magno si pensò come un imperatore romano e il restauratore dell’impero stesso.

C’è uno storico molto spiritoso, di cui non ricordo il nome, che ha fatto l’elenco delle diverse cause che nel corso del tempo grandi intellettuali hanno indicato come le ragioni di questo fatale crollo. Sono più di cento e sono classificate in ordine alfabetico.  E’ la prova indiretta di quanto strabiliante e incomprensibile sia, nel corso dei secoli, risultata l’evidenza che a un certo punto un mondo incredibilmente evoluto, dotato di un sapere tecnico e scientifico immenso, una civiltà letteraria, filosofica, giuridica, politica strepitosa sia miseramente crollato ad opera di poche centinaia di migliaia di selvaggi, buoni a nulla, a fronte di milioni di cives romani del tutto impotenti a fare qualcosa per rimandare oltre il Reno queste orde di selvaggi.

“L’insieme dei Tervingi, nell’esercito, non superava i 15-20.000 uomini, alla vigilia della battaglia di Adrianopoli, contro i quali Valente aveva schierato un esercito di più di 30.000 soldati romani(37). Alarico comandava 30.000 uomini, quando mise a soqquadro l’Italia. L’esercito di Radagasio non superava i 20.000 combattenti(38). Gli invasori della Gallia, nel 407, non erano più di 40.000. I Visigoti installati in Aquitania grazie al trattato del 418 erano circa 200.000(39). I Vandali che conquistarono l’Africa disponevano soltanto di 20.000 uomini, erano in tutto 80.000 contando le donne e i bambini(40). Stessa cosa per i Burgundi, 80.000 persone, 15.000 soldati. Gli Svevi erano circa 25.000(41). Il “popolo degli Ostrogoti” ci stava tutto dentro le mura di Pavia e non contava più di 100.000 abitanti in una Italia che ne aveva più di 5 milioni(42). Gli Alani della zona di Orleans avevano soltanto 3.000 guerrieri(43). I Franchi e i Sassoni, al nord della Gallia e in Britannia, di sicuro non oltrepassavano del 10% il totale degli abitanti(44). Insomma, il numero dei soldati implicati nella caduta finale dell’impero di Occidente doveva essere di circa 120.000.”

(De Jaeghere, Michel. Gli ultimi giorni dell’impero romano)

Ma di questo, ossia del fatto che una minoranza assoluta di selvaggi sia riuscita a dominare milioni di uomini a loro assolutamente superiori, un’altra volta. Anche se la cosa dovrebbe far fischiare le orecchie a tanti. Quello che è mi preme maggiormente è sottolineare perché la caduta dell’impero romano è una catastrofe assoluta. Lo è perché è la fine di un mondo, il suo azzeramento totale e scomparsa definitiva. Questo mondo non è solo il mondo imperiale romano e nemmeno della civiltà latina nella sua particolarità. E’ la fine dell’insieme del mondo antico, di un periodo storico di 1500 anni che abbraccia il perimetro del Mediterraneo e territori contigui e che per un verso o per l’altro ha sempre mantenuto una sostanziale continuità. E’ la fine di Roma, di Atene, di Gerusalemme e di Alessandria d’Egitto. Il mondo antico appunto. In questo periodo storico di circa 1500 anni si assistette a crolli, nascite, rinascite, morti di ogni genere. Ad esempio, assistiamo alla scomparsa della civiltà egizia, di quella cartaginese, di quella etrusca, di quella gallica. I Macedoni di Alessandro e i greci che lo seguirono non posero fine al mondo antico e nemmeno i Romani che diedero cappotto a tutti gli altri. I pilastri su cui si reggeva il mondo antico rimasero in piedi, le sue fondamenta rimasero inalterate anche se su di esse si eressero costruzioni di volta in volta del tutto nuove. Questi pilastri erano la città, l’andare per mare, la parola.

Le città erano comunità che si autogovernavano, ovvero provvedevano a se stesse, pur essendo in contatto permanente con tutte le altre, per scambiarsi, soprattutto via mare, merci, idee, personaggi, insulti e insolenze. La parola era tutto, giacché solo attraverso di essa si pensava di potere condurre una vita sensata e felice. Dunque diventava norma giuridica legittimata dalla sua stessa razionalità, immaginazione poetica, ragionamento filosofico, indagine scientifica. La condizione minima per poter dire di avere fatto una vita degna di essere vissuta era quella di domandare alle parole cosa volessero dire, ovvero quali erano i confini visibili del nostro sapere. Una vita senza ricerca era considerata indegna di essere vissuta. Da ciò appunto il teatro, la biblioteca, la scuola, ovvero lo studium. Per gli esseri inferiori, quelli che avevano un accesso acciaccato alla parola e dunque alla ricerca, il circo, l’anfiteatro, la festa.

Bene il crollo dell’impero romano non fu il crollo di un sistema politico, di uno fra gli altri, come tante volte era già successo; fu la polverizzazione delle fondamenta su cui si basava il mondo antico.

Nel vero senso della parola, nulla fu più come prima. Tutti i significati su cui si faceva affidamento si disintegrarono e l’esistenza di ciascuno rimase quella di chi nudo e crudo naufraga e approda casualmente su di un’isola sconosciuta, dove clima, piante e animali sono una sorpresa sconvolgente.

E’ altrettanto sconvolgente dover constatare che è quello che oggi sta per accadere, o meglio sta già accadendo, a quella che i pirla chiamano civiltà occidentale, cioè la civiltà giudaico-cristiana che fu quell’isola sconosciuta, trasformata in una nuova grande civilizzazione, sulla quale approdarono i naufraghi del mondo antico.

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