SONO SCAPPATO FRA I BARBONI

È stata una decisione presa d’istinto, senza premeditazione; forse premeditata nell’inconscio dopo anni  di disgusto; di certo mai presa in considerazione con ponderata meditazione. Quando però sulle scale della redazione, in un flusso penoso di folla che saliva e scendeva, la stronza mi ha urtato, spingendomi di lato, e per scusa mi ha detto ma levati vecchio  coglione, se avessi avuto una pistola le avrei sparato nella nuca mentre saliva a due a due gli scalini verso chissà quale studio di news in diretta.   Si le news in diretta vanno molto bene per le donne. Si lavora di lingua, ci si mostra davanti a tutti, si commenta da invasate stronzate senza né capo né coda. Che altro? È un mondo ridicolo di gente in carriera, qui come altrove, forse più qui che altrove, perchè tanti, qui dentro,  sono così cretini da credere di essere importanti. Un fiume di parole. Senza senso. Anzi un senso ce l’ hanno, quello di aumentare il rumore, fino ad assordare così tanto che poi è tutto vero. Ma non è di queste cagate che vi devo parlare, ma di quello che ho passato. Si ho cambiato vita di botto, stanco del mondo nel quale mi ero fatto strada più e meglio della povera stronza.  Poi, in metropolitana, una negra del cazzo mi ha dato una gomitata sullo stomaco per farsi largo quando si sono aperte le uscite, e allora anche il più lieve dubbio  è sparito.  Ho preso tutti i soldi che potuto, li ho messi in una cintura di quelle dove appunto si può nascondere il contante. Ho buttato il portafoglio con le carte di credito e il passaporto nel Mahnatta, non sono nemmeno tornato nell’appartamento dove dormiva l’ultima zoccola che è riuscita a infilarsi a casa mia e ho preso l’autobus. Un’esperienza favolosa, mai sentito così pieno. Chissà se la zoccoletta che stava a casa mia, sarà riuscita a farsi intestare la casa. Mah con un buon avvocato, forse  come risarcimento per lo shock subito per la scomparsa inspiegabile dell’adorato boy friend.

Ho viaggiato tre mesi sul Greyhound. Di qui e di là. Ho dormito sulle poltroncine delle stazioni. Nei lunghi trasferimenti notturni stravaccato fra due sedili vuoti. Il massimo che mi sono concesso è stata qualche stanza in qualche motel per una doccia e per lavare i vestiti. Avevo tutto quello che mi serviva e stava tutto in una borsa di  nylon: un paio di jeans blu e uno marrone, qualche maglietta, un golf grigio leggero, una giacca di velluto imbottita di pelo sintetico, un po’ di mutande, qualche calzino. Alla fine, come tutti quelli senza casa, sono finito a San Francisco. È quasi una scelta obbligata quando hai finito i soldi. Il clima è quello giusto, non fa mai troppo caldo d’estate, nè troppo freddo d’inverno. L’accattonaggio non aggressivo è tollerato dalla polizia e incoraggiato dal sindaco perché fa colore e i turisti sono felici di lanciarti una monetina, quando in gruppo balli e canti. San Francisco è un grande zoo a cielo aperto dove si viene a vedere tutto ciò che è scombinato, ma capace di un po’ di teatro, e il sindaco fa un sacco di soldi a mostrare i suoi mostri. Noi senza casa dormiamo all’ aperto. Qualcuno  ha provato e magari riprova a trovarsi un cantuccio in qualche capannone abbandonato, ma  dura poco, perchè appena lo scoprono i drogati, o qualche gruppo di alternativi sa il cazzo di che, vengono in massa  a installarsi e ti cacciano a scarpe chiodate. Però il sindaco sa il fatto suo e ha convinto i grandi alberghi a lasciarci in pace. Non è che ci fanno dormire sui divani delle loro all, ma sulle grate esterne dove esce il flusso d’aria calda dei riscaldamenti. Anche i direttori d’albergo hanno capito che facciamo parte dell’arredo urbano e i turisti sono così eccitati quando, di notte, tornano in albergo e devono scavalcare un pezzente che dorme avvolto in una coperta su di una grata sul marciapiede a lato dell’ingresso. Se no cosa racconterebbero a casa? Che a Frisco hanno preso il tram?

Come sono arrivato ho cercato di confondermi nel branco, col mio bel carrettino del supermarket con dentro tutto, cioè valigia di nylon con i ricambi, copertina estiva e sacco invernale, generi di prima necessità, ma senza neanche tanto ad andare a raspare nei bidoni della spazzatura per la mezza pizza ancora buona, il fondo della bottiglia di whisky, il giocattolo mezzo rotto che il rigattiere ti compra per 5 cents. Qui ci sono i frati francescani, come del resto dice il nome della città, ti presenti ogni giorno alle 12, ti metti in fila, e il tuo piatto di minestra con una bella pagnotta ce l’hai. Allora perché sbattersi per il di più? Alla sera, se passi nei vicoli dietro i ristoranti, una mela, una banana, un fondo di salame, un pezzo di pancetta lo rimedi sempre senza problemi. Ma gli uomini sono fatti così, la brama di avere o le necessità del vizio, li spingono a non darsi pace. E così eccoli tutti in coro in fondo alla via del mercato, dove i turisti si attaccano al tram che li porta in cima alla  collina e poi giù al porticciolo dei pescatori, a sgolarsi  dietro fisarmonica  chitarra tamburelli, zompettando come orsi ammaestrati. Nel cappello piovono dollari, che poi il boss ripartisce secondo gerarchia. E da ciò, una bottiglia di whisky, un hot dog, un po’ di vino messicano.  Ecco, io avevo già lavorato abbastanza in vita mia, dunque niente elemosina di gruppo. Me ne sarei stato per i fatti miei, passeggiando tutto il giorno lungo il mare, lungo le avenues dei quartieri di periferia, dalle meravigliose case in legno, vista oceano. Erano quanto di più bello avevo mai visto in fatto di case, per leggerezza  eleganza assenza di esibizione. Godevo intellettualmente nel vederle, e questa era una ricompensa esorbitante per qualunque cosa avessi fatto di buono nella vita. Ma non desideravo possederle, anzi mi immaginavo i padroni e i centomila assilli del possesso di quelle loro  case. Dalla moglie in via di divorzio che te la vuole togliere, ai finocchi dell’ufficio tasse che te la vogliono spolpare per fare il barbecue con i culatoni  del governo che si adoperano per il bene comune.

Pensavo avrei potuto dormire nel mio sacco invernale fra una duna e l’altra, ma non sapevo quanto fosse umida la sabbia di notte. Così provai e fu una notte che non scordai. Dopo solo dieci minuti che sei bello accoccolato  nel tuo sacco, per quanto impermeabile e robusto, e ti accorgi quanto è penetrante l’umido della sabbia marina. Provai a rifugiarmi sotto il portico, pavimentato  di legno, di una di queste ville sul mare. Ma come mi sdraiai a terra, vidi solo due occhi fiammeggianti nel buio. Nessun rumore, se non un vago ansimo, e un odore acuto di adrenalina sudata. Per fortuna era tenuto con un guinzaglio a catena. Me ne accorsi dopo che l’uomo aveva abbassato verso terra il flusso di luce che usciva da una pila micidiale. Nella sinistra teneva una pistola. Disse solo: “Vattene o lo lascio andare”. Si riferiva ad un schnautzer gigante, nero come la pece, quello di cui avevo visto il fiammeggiare degli occhi un attimo prima che accendesse la pila.

E così arrancai oltre le ville sull’oceano e arrivai al piccolo promontorio, sistemato a quasi giardino pubblico dove mi stravaccai su di una panchina, dopo essermi infilato nel sacco a pelo. Lo stato di dormiveglia nel quale mi ero rabbozzolato non durò a lungo. Un gruppo di di teppisti in vena di arguto divertimento, mi rovesciò giù dalla panchina e fra un calcio e l’altro, qualcuno gettò del whiskey sul sacco e quindi diede fuoco. Per fortuna la lampo non era chiusa e così feci in tempo a uscirne fuori e a scappare, mentre i teppisti si sganasciavano dal ridere.

Vagai inebetito fino in centro città e trovai infine una specie di nicchia in un angolo di un palazzo dove mi rannicchiai, accovacciato come un uovo. Però dormii almeno un paio d’ore, fino a che, con la luce del mattino ormai netta, una mano mi scosse per la spalla, intimandomi di alzarmi e andare. Il portiere dello stabile, professionale e inflessibile. Dall’ altra parte della strada passavano due barboni col loro carrettino del supermercato. Videro la scena e attraversarono la strada. Uno era un perfetto idiota che non fece altro che ripetere una sorta di litania sulla cattiveria del mondo; l’ altro con un tono piuttosto saccente mi informò che senza amici non si va da nessuna parte. E poi cominciò, pur rimanendo sul vago, a farmi delle domande che avevano come scopo sapere chi ero e cosa valevo. E sì, perchè i barboni di Market street, come quelli del Fisherman port o quelli del Golden park, fanno squadra e affidano la salvaguardia del loro tenore di vita alla selezione di new entry che diano buone speranze di ragionevolezza e capacità di disciplina, visto l’elevato turn-over causato da delirium tremens, morti improvvise, arresti per rissa o piccoli furti di gran parte degli associati. Mi convinse a conoscere il loro capo; e non ci volle molto, perché senza più un dollaro, senza il carrettino con i ricambi e le scorte e senza un  posto dove dormire ero senza dubbio arrivato al capolinea. L’esame fu severo, ma lo superai brillantemente. Il capo fu particolarmente contento di sapere che farfugliavo qualcosa in francese, utilissimo con tanta parte della clientela europea, e che avevo una certa dimestichezza con la grammatica, che avrebbe permesso di fare un salto di qualità nella redazione dei cartelloni con i quali si faceva appello alla universale fratellanza umana e ci si affidava al senso di rispetto umano, vale a dire al portafoglio, di chi li leggeva mentre assisteva alle performances canore e musicali dei migliori artisti del gruppo. Ebbi in dono una coperta pesante, uno spesso cartone da usare come materasso e mi fu  indicata la grata dell’aria calda dove avrei potuto dormire in tutta tranquillità. Adesso sono il braccio destro del capo, dopo aver bruciato tutte le tappe con una carriera fulminea. Non c’è decisione che prenda, senza avermi prima consultato. In pratica il mio lavoro è esattamente identico a quello che facevo a New York. Scrivo  testi con cui convinco i lettori a finanziare la nostra tribù, suggerisco al capo gli argomenti con cui rivolgersi alla tribù per far fare loro questo o quello, dimostro a tutti che i sogni sono sogni e la realtà è la realtà, ossia che quello che stabilisce il capo è l’unica strada percorribile, mentre chi mugugna e fa opposizione non sa nemmeno quello che dice. Come a New York, appunto, ma ragazzi qui è tutt’altro clima, prova a sgarrare e ti trovi senza materasso di cartone e senza grata dell’aria calda.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *