Era nella saletta piccola, quella nascosta ad angolo dietro il salone grande dei Deux Magòts. Quattro tavolini tondi, nell’ultimo in fondo lei; una coppia silenziosa in quello subito a sinistra dietro la porta. Leggeva un libro, che, per una donna bellissima e di fama, in Francia, era come dire che portava un paio di calzature e non girava scalza. Naturalmente nel salone tutti sapevano che era lì, ma, come si usa in Francia, tutti facevano finta che fosse la cosa più normale del mondo e per tutti era un punto d’onore fingere che la cosa fosse senza importanza, una bella sconosciuta qualunque che solo ad un paysàn poteva far sgranare gli occhi e magari indurlo a provare a rivolgerle qualche parola di ammirazione per averla vista in quel tale film.
L’avevo conosciuta, ma appena di sfuggita, grazie a Gerard, in una di quelle feste rutilanti di vini rossi del Rodano e pasticci vari di carne per le quali andava famoso nella sua tenuta in alta Provenza. Poi a Parigi, ad una cena in onore del nostro piccolo gruppo di coloro che avevano ricevuto un’educazione siberiana e adesso se la godevano a raccontarsela, mi disse, come per inciso senza alcuna importanza, che qualche volta al pomeriggio andava sola ai Deux Magòts per rilassarsi leggendo qualcosa, lasciando a casa il cellulare.
Si era lì e, quando mi vide avvicinarsi, ebbe un moto che non so. Di scommessa vinta – e anche questa è fatta, secondo copione -, un ego un’altra volta soddisfatto e già annoiato a dover dare seguito a un racconto abbastanza scontato. Ma vidi passare fra i suoi occhi anche un velo di inquietudine, una sorta di timore di non sapere se la storia da recitare era proprio quella imparata a memoria. Del resto ero uno dei pochi che aveva ricevuto una vera educazione siberiana e che forse non si accontentava dei giocattoli per narcisisti annoiati.
La sua bellezza è eccessiva, impossibile da reggersi. Lo sapevo benissimo. Gli esperti di alta moda culturale gli avevano ritagliato addosso una silhouette che moltiplicava per p greco la naturale grazia del diametro delle sue forme per arrivare alla circonferenza di raggio infinito di un fascino di sofisticata intelligenza e di scienza dello stile del mostrarsi. In pratica un sudario per la povera valva che vive di vita vera dentro lo smalto di madreperla della conchiglia.
Come ogni donna, ma più di ogni altra donna per questa sua disgraziata sorte, copriva la forma del suo esistere con vesti di ogni complicato colore e disegni delle più svariate forme che dietro la variopinta farfalla accennavano ad un complicato labirinto, disegni e colori un po’ come i sassolini della favola di Pollicino che dicevano: “Dai stupiscimi, trova la via di casa, prendimi il cuore”.
Non temere, Fanny, sullo stretto di Behring ho strappato il cuore ad una lupa che ringhiava davanti alla sua tana e me lo sono mangiato insieme ai suoi cuccioli in spezzatino al grasso d’orso. Vuoi che non ti sappia afferrare per il cuore qui a Parigi, dove siete più frosci che vivi?
“On y va?” – mi dice
“Dove?”
“Chez mois”
Mi voleva portare nel suo piccolo studio, dietro il Bois, a mostrami certe foto inedite delle scene di alcuni suoi film con Truffaut, Arpajòn, Pistolèt.
“No, andiamo da me, dove non ho niente da mostrarti, ma c’è un letto molto grande e molto morbido”.
Uno schizzo d’ira le sale per il collo e le increspa un angolo della bocca.
“Grazie, sarà per un’altra volta. Adesso, scusami, ma credo di dover andare”.
Fa per alzarsi. Le metto una mano sopra la sua mano sul tavolo. “Ci conosciamo appena e non siamo qui per prenderci a cornate, ma per conoscerci un po’ di più. Andiamo a fare due passi insieme”.
E così, sul fare della sera, usciamo e inizia la nostra processione affidata al caso lungo le strade di Parigi in cerca di una ragione per continuare ad affidarci al caso per stare insieme non più per caso. Beviamo, mangiamo le ostriche, entriamo qui e là. Ma non c’è vera ragione. E’ una recita e la voglia di non gettare la spugna, ma non c’è ragione. Io diffido di lei, lei diffida di me. Però un istinto sordo ci vieta di dire: “Bene, si è fatto tardi …..”.
Sapevo che non poteva finire così, perché, se anche tutto era casualmente finto, lei era la finzione più vera che mai avessi raffigurato. Volevo che mi volesse. E lei? Forse lo stesso, ma eravamo vittime della gabbia nella quale ci eravamo cacciati. Se parti disonesto, e poi vuoi trovare la via, devi trovare il modo di cancellare tutto, e non è detto che se tu riesci ad uscire dalla gabbia anche lei ci riesca e allora, per quanto tu faccia, non ti crederà mai, esattamente come se ancora fossi in gabbia. Non c’era che un modo, quello siberiano. Giù da noi, quando una donna ti piace tanto da darti alla testa, glielo devi dire e poi la devi rapire. La porti nella tua isba e dopo tre giorni lei è libera di andarsene o di restare. Se resta la devi sposare, se, invece, se ne va, fuori dall’isba l’aspettano il padre e fratelli che hanno il dovere di ammazzarti.
Prendo Fanny per la vita, la intontisco con una testata e la carico su di un taxi. Spiego al tassista che è completamente ubriaca e mi faccio portare al mio piccolo appartamento. Quando si riprende dalla botta e si accorge di essere prigioniera, cerca di gridare e mi assale a unghiate. La trascino sul letto e tenendola stretta le racconto del nostro uso siberiano. No, niente violenza, rimani qui non tre giorni ma solo fino a mattina. Qui c’è la mia pistola, la metto chiusa a chiave nel cassetto e ti do la chiave. Domani mattina ti lascio andare, puoi aprire il cassetto e spararmi come è giusto, oppure rimanere e ci sposiamo. Rimaniamo fino all’alba in silenzio sul letto. Quando vedo filtrare la luce dalle persiane, lascio i polsi di Fanny che corre come una furia ad aprire il cassetto, tira fuori la pistola e me la punta. Si è giusto che tu lo faccia, ho fatto la mia scelta contro la tua. Ma invece che sparare, lascia cadere la pistola e si slaccia la gonna. L’abbraccio in ginocchio per le gambe e bacio il suo sacro ventre. Ci sposeremo la prossima settimana nella dacia che Putin ha messo a disposizione di Gerard. Il nostro matrimonio, quello ortodosso, è una cosa fantastica, mica sta cagata che avete voi con il sindaco che vi fa firmare, sia che siate maschi sia che siate femmine e sia che non siate né maschi né femmine, e chi si è visto si è visto.





