QUAND’ERO SPOSATO CON KIM BASINGER

Quand’ero sposato con Kim Basinger il tempo sembrava un gomitolo di lana con cui si sarebbe potuto fare un maglione per King Kong. Sembrava non dover finire mai; sembrava ne avessimo sempre un metro in più, notte dopo notte.  Pomeriggi molli e collosi, ai quali mettevamo rimedio in macchina, salendo l’ altipiano, il deserto di Barstow,  appena fuori Las Vegas. Un silenzio intorno lungo una crociera ai Caraibi  per vecchietti che ballano il cha- cha- cha, per non sentire per chi suona la campana. Qui i padroni di Vegas seppellivano quelli che non erano stati al loro gioco in una buca di sabbia, sceriffi e procuratori severi e bravi a insabbiare i castelli di sabbia di congetture dalle fondamenta scavate nella sabbia.

Il sole del deserto al tramonto era come e più di una lampada di Hollywood sui capelli di Kim. La luce li attraversava facendoli trasparenti e radiosi come un’aureola fiammeggiante d’oro e di bene di vivere. E la sua bocca, quando la baciavo, aveva il sale forte dell’arsura di quel sole spietato. Allora la sua anima, che nell’intimo era gioiosa e profonda, usciva dalle sue labbra e andava a cercare la mia, accucciata in un angolo ombroso e inquieto, e pizzicandola sul mento, le chiedeva, ridendo, di fare felicità.

Quante volte, guardando nello specchietto retrovisore, le avevo viste sui sedili dietro che giocavano a mano contro mano, che si disputavano a gran voce il dono del bene più grosso, che si sussurravano tremanti e assorte che niente più che questo.

Ma la lana nella quale si avvolge il gomitolo del tempo è forte quanto uno stelo di paglia. Le anime lo sanno, perchè è la stessa con cui filano la veste del loro vivere. Ecco perché, come i padroni di Vegas, affidano alla sabbia il tempo che hanno amato.

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