I topi di campagna sono carinissimi. Sembrano quelli disegnati da Disney. Mai più lunghi di un dito medio, sono buffissimi quando zampettano scivolando sul pavimento. Le madri poi tanto tenere circondate dalla nidiata dei cuccioli non più grandi di una noce. Se fosse possibile, verrebbe voglia di lasciarli fare e dare loro tutto il cibo, come al gatto, di cui necessitano. Ma è impossibile. Se adesso sono due nel giro di due settimane sarebbero dodici e intanto avrebbero rosicchiato qualunque cosa avessero trovato: libri, lenzuola, vestiti, cavi elettrici. Sono in grado entrare in qualsiasi cassetto e assaggiare tutto quello che dentro vi trovano.
Io li catturo col sistema più efficace e spietato: delle tavolette di compensato spalmate di una speciale colla. Basta piazzarle dove presumibilmente sono costretti a passare. L’ultimo che ho catturato era un maschio adulto. Era lì impiastricciato di colla con la bocca spalancata, riverso su di un fianco. Una morte terribile, non per fame o sete, ma per disperazione. Credo muoiano di crepacuore, quando, divincolando le zampe nella colla, ci rimangono ancora di più presi dentro per la pelliccia che alla fine impedisce loro qualsiasi movimento. E’ il destino del topo, morire per far piacere agli altri. A questo destino ha trovato un solo rimedio: una fertilità incontenibile.
Cercano nelle case un rifugio dalla violenza della natura, ma qui trovano trappole, gatti, colla. Nei fienili, nelle baracche, nei campi è ancora peggio. Il serpente li sa scovare in qualsiasi buco si vadano a rintanare; quando scorrazzano per i campi in cerca di cibo, dall’alto con i loro occhi più precisi del mirino telescopico di un fucile per tiratori scelti, sono la festa del falco e della poiana; di notte poi un incubo. Arriva il cinghiale e con le sue zanne ribalta la terra di un intero campo, sbaffandosi vermi, serpi, lumache, topi, insomma tutto quello che può mettersi in bocca. Se invece hanno trovato rifugio sotto le radici di un grande albero, arriva il tasso, il minatore della selva, e scava una galleria fino al nido del topo. Che altro fare se non scopare all’impazzata con femmine sempre fertili? Tu hai un’idea migliore? Del resto nemmeno per il serpente, per la poiana, per il cinghiale e per il tasso va tanto meglio. Per ognuno c’è sempre qualcuno che pensa a loro con occhi assassini. Ogni notte, per tutti, una notte di tempesta e di terrore. Il cacciatore e la preda sono la stessa cosa a parti di volta in volta inverse. E’ la natura, un tornado di violenza nel quale il vivo è per un attimo ciò che non è ancora alimento per il vivo. Tutto ciò i Greci lo avevano personificato in Artemide, la dea vergine spietata che nutre e governa le selve. I Romani l’avevano confusa con Diana, la dea latina della caccia. Ma Artemide non è la dea della caccia, ma la caccia stessa, ovvero lupo e cerbiatta allo stesso momento, che divora se stessa per alimentare se stessa.





