Robert Harris è un bravissimo autore di romanzi storici, di cui è molto apprezzata la trilogia su Cicerone (incredibile vero che un americano e solo un americano abbia potuto scrivere qualcosa di decente su Cicerone e sulla fine della repubblica romana e non uno dei tanti mangiamerda che in Europa rimpiangono le glorie del mondo antico) e, oltre a questa trilogia, quello che considero un vero capolavoro storico-letterario che è “L’ufficiale e la spia”, ovvero la rievocazione della vicenda Dreyfus. Oltre a questi ha scritto molti altri romanzi, il cui valore è dubbio, ma fra questi minori uno va ricordato ed è “L’oblio e il perdono”, la vicenda di due colonnelli dell’esercito di Cromwell, condannati a morte, dopo la restaurazione della monarchia, perchè avevano firmato l’atto di condanna a morte di Carlo I. Si rifugiano in nord America, vagando fra le colonie puritane del Massachusset, del Connecticut, del Maine, del Rhode Island, il cuore di quello che fu l’ambito di colonizzazione dei cosiddetti “padri pellegrini”, ovvero gli yankee, la futura classe dirigente americana, quella che ha dato agli Stati Uniti il suo imprinting morale, civile, politico. Raramente, grazie anche alla leggerezza di una narrazione romanzesca, possiamo avere una descrizione più accurata del modo di essere, di pensare, di credere, di desiderare di questa gentaglia che furono i puritani anglosassoni, di questi fanatici religiosi che credevano che Dio parlasse dentro di loro e li ispirasse secondo un suo misterioso disegno ad agire per il bene se aveva programmato di salvarli, per il male se aveva programmato di dannarli. Un inferno umano, nel quale una bestiale teologia vedeva il mondo come un teatrino di marionette, tutte legate con un filo invisibile alle mani di un Dio mostruoso e spietato che, muovendo questi fili secondo un suo disegno incomprensibile, decide dall’eternità quale marionetta brucerà all’ inferno e quale di esse (pochissime) verrà invece riposta nella sua custodia incorruttibile per l’eternità. Notate nemmeno l’idea che Dio, avendo una serie di marionette per le mani e non sapendo quali di esse siano ben fatte o mal fatte, decide di metterle alla prova nel teatrino del mondo, per sapere quale vale la pena di tenere o gettare; no, Dio sa dall’eternità di ciascuna di queste marionette vita morte e miracoli e, nonostante ciò, le getta nel mondo affinché i buoni abbiano a subire l’ingiuria di una vita miserevole, tormentata dalla malvagità dei reprobi. Cosa possa avere in comune questa bestiale teologia con Cristo, che è venuto nel mondo per salvare gli inetti, gli stupidi, i deboli, i peccatori, i corrotti, i viziosi, cioè tutti noi, è un mistero, o meglio il perdurare di un automatismo tradizionale di parole a cui non corrisponde più il significato originario. Del resto questo spiega come oggi ci sia tanta concordanza e simpatia nel mondo anglosassone con l’Islam, il cui Dio e il cui sistema teologico hanno tanto in comune con il Dio di Calvino.
Accanto ad Harris, per arrivare al tema che voglio sviluppare, dobbiamo prendere in considerazione lo scrittore Harlan Coblen, che è l’esatto contrario di Harris, per quanto americano come lui. Mai prosa fu tanto piatta, elementare, grigia, quanto quella di Coblen, mai storia tanto strampalata, inverosimile, infantile quanto quelle narrate da questo genio delle vendite. Si perché Coblen vende milioni di copie e dunque tutto possiamo pensare meno che sia uno scrittore istintivo e naif e non un raffinato indagatore del modo di essere, di pensare, di desiderare dell’americano di ceto medio inferiore, ovvero del pubblico che ha decretato il suo successo. In quest’ottica dobbiamo concludere che i suoi romanzi sono perfettamente costruiti, nel linguaggio e nei contenuti, per entrare nel cuore e nella visione del mondo di questa immensa turba di americani di ceto inferiore. Le sue parole ne riproducono le credenze circa ciò di cui è fatto il mondo, le attese riguardo alla felicità, le valutazioni secondo il buono e il cattivo circa le vicende del loro quotidiano, ovvero come devono essere i rapporti fra uomini, fra uomo e donna, fra marito e moglie, fra genitori e figli, quanto e fino a che punto sia buona e vera la scienza, quali limiti all’intromissione dello Stato nella loro vita, e così via…. Ebbene nel suo romanzo “Ovunque tu sia” ci offre quello che resta della teologia puritana, una volta che Dio è uscito dal cuore degli Americani.
Vi è in questo fotoromanzo (come altrimenti definirlo?) un personaggio malefico, uno yankee, un vero yankee di antichissima schiatta, malefico e sopraffattore all’inverosimile. Ricchissimo e potentissimo, un privilegiato (oggi nell’ottica dell’americano comune, ieri invece no, un eletto), che usa appunto la sua ricchezza e influenza per infrangere qualunque legge e passarla liscia in ogni malefatta. Dunque per la prima volta in America si suppone che la ricchezza sia fonte di iniquità, di privilegio ingiusto, di sopraffazione. Tuttavia in questo fotoromanzo, il personaggio in questione giustifica esplicitamente se stesso, semplicemente riassumendo i contenuti di base della visione teologica che ha per qualche secolo ispirato l’agire e il credere degli yankee e, di riflesso, dei loro aggregati gregari. Ci dice: “Il bene e il male sono opinioni. Noi uomini non sappiamo esattamente cosa siano, giacché il loro vero significato è nella mente di Dio. Però Dio ci ha dato un unico inconfondibile segno per sapere se quello che facciamo è giusto o meno, se siamo in sua Grazia o meno. E questo segno è il successo, ovvero chi vince nelle diverse situazioni della condizione umana (al poker, in guerra, alle corse dei cavalli, in un duello alla pistola, nell’aprire un’attività economica), e siccome vincere, in condizioni normali, è vincere qualcosa di concreto e materiale, diventare ricchi, oscenamente ricchi, è la prova più evidente che è Dio a guidare azioni di chi lo diventa”.
Questa logica ha guidato il popolo americano per oltre tre secoli, ne spiega l’ostinato e furibondo agire. Spiega il loro cercare la ricchezza ad ogni costo non come mezzo ma come fine. Come segno.
Prendiamo ad esempio il film notissimo “Fiume rosso”, con John Wayne che, almeno fino ieri, fu il simbolo e l’immagine dell’uomo americano. La storia è quella del vaccaro Dunson e della apertura del Chishlom Trail, ovvero della pista che portava le mandrie di vacche dal Texas al Missouri. Dunson si appropria di un’immensa porzione di terra in Texas che apparteneva ad un signore messicano assenteista, semplicemente ammazzando in un duello alla pistola un bravo di quel signore messicano mandato a scacciarlo. Giustifica il tutto che la terra appartiene a chi la ha la forza per difenderla. Ieri apparteneva agli indiani, poi con la forza i messicani gliela hanno presa, e lui, con altrettanto diritto, la prende ai messicani. Dunque dove sta il giusto e l’ingiusto, il bene e il male? Nel fatto che lui con la sua forza non soltanto se la prende, ma grazie ad essa diverrà ricchissimo, ovvero saprà come usare i pascoli per creare il più grande allevamento di vacche del Texas. E così fu. Dunson, benedetto da Dio, diventa il più grande mandriano del Texas e colui che seppe quale tragitto fare per condurre le mandrie dove i capi potevano essere venduti e dunque trasformarsi in dollari.
Questa logica ha guidato ogni americano fino a ieri. Nei più colti e intelligenti in maniera esplicita e cosciente, in quelli più ottusi in maniera inconscia e coatta. Diventare ricchi era il segno della propria elezione, quella di non essere uno qualunque, ma un predestinato. L’etica del successo (non del lavoro come ingannevolmente si crede) è quella del partecipare con tutta l’anima ad una strana lotteria e attendere trepidante l’uscita del numero che con tanta fatica si è voluto ottenere, non sempre semplicemente comprandolo, ma anche prendendoselo di forza. Chi non partecipa alla lotteria è già, prima ancora del decreto di Dio con cui si estraggono i numeri vincenti, all’inferno.
Ma se questo è tutto il fare e il disfare della società americana, ovvero la logica che guida le motivazioni di chiunque, dallo studente al commesso, dal cantante al broker, dal poliziotto all’avvocato, cosa accade quando nessuno più crede che ci sia un Dio a dirigere la lotteria? Che evidentemente la lotteria è guidata dal caso, cioè dall’irrazionalità, dunque sempre ingiusta e persino ingiusto che ci sia una lotteria a stabilire la giustizia dell’ordine sociale. La morte di Dio, se in Europa ha significato essenzialmente una cupa delusione e uno stato di penosa rassegnazione al peggio, in America ha significato semplicemente il caos, quello che tutti ben vediamo. Senza Dio i risultati della lotteria sono semplicemente insopportabili, chi ne beneficia un usurpatore e un maledetto. Eppure siccome gli Americani non hanno altro gioco che quello di mettersi a competere acquistando o estorcendo biglietti della lotteria, sono nella situazione pazzesca per cui non possono fare altro che giocare e dire che il gioco a cui giocano è diabolico (diabolico significa che divide, ossia che rende nemici). E’ la follia a cui noi colonizzati, noi Messicani, siamo costretti ad assistere impotenti.




Concordo in pieno.
Però, è necessaria una precisazione: Robert Harris non è americano, è nato a Nottingham, in Inghilterra.