Il presupposto metafisico di ogni dottrina di tipo liberale è una sorta di cupo ottimismo assoluto, che può essere espresso con la formula “ex malo bonum”. In altre parole che le forze che guidano e danno sostanza al mondo sono, una per una, malvagie, ma il loro intreccio e scontro genera il bene. Ogni essere vivente persegue un suo fine egoistico e totalmente asociale. Questo che sia un lupo, un coniglio, un pesce. Ma nel vortice del bellum omnium contra omnes si genera una sorta di magico equilibrio che garantisce uno spazio di vita per tutti i migliori e, che all’interno di esso, sviluppano il massimo delle possibilità della specie e assicurano a ciascun individuo di qualità superiore la miglior vita possibile. Lo stesso per l’uomo, con la differenza che l’uomo trova nella ragione il mezzo più potente per realizzare, come ogni animale, le sue passioni vitali che sono il fuggire la morte come il peggiore di tutti mali, ottenere il massimo con il minimo, affermare se stesso contro qualsiasi ragione di equità, garantirsi a spese degli altri le posizioni migliori. La faccenda è spiegata in modo magistrale e persino poetico da Mandeville, nella suo pamphlet “La favola della api”. Per uno strano paradosso comportamenti virtuosi e leali generano inedia sociale, pigrizia, scarsa intraprendenza e dunque povertà, ristagno, piccoli sentimenti meschini improntati alla ipocrisia, alla accidia, alla viltà. Al contrario, la volontà di aggredire e sottomettere gli altri, la volontà di avere a qualunque costo e dunque a qualunque rischio, il piacere dell’inganno e dell’imbroglio, puniscono gli stupidi, i deboli, gli inetti e li rendono strumenti sulla cui schiena salgono i forti, i potenti, i coraggiosi, gli arrivisti intelligenti, quelli che “more is better than much”. E la società allora prospera, si arricchisce, genera arte, cultura, bellezza e di riflesso benessere maggiore per i deboli di quanto con le loro povere forze mai sarebbero stati capaci di ottenere. C’è del vero in tutto ciò ? Certo che c’è del vero. Non a caso Marx fu dei grandi ammiratori di Mandeville. Ne aveva capito la grandezza. Il concetto nella sua forma astratta è appunto che seguendo il tuo istinto, e il tuo istinto è “ prima io e poi gli altri”, questo di fatto genera il massimo di risultati desiderati per tutti. Vi è dunque nella natura una sorta di mano invisibile che utilizza gli istinti più egoistici per intrecciarli in un canestro collettivo che offre il massimo di vantaggi per tutti. In pratica è una sorta di religione della natura, classica del secolo XVIII, esattamente espressa, sul piano morale, da Rousseau. Se segui la natura, l’istinto naturale, nulla di male ti potrà accadere perché le forze che guidano ogni singolo essere vivente sono programmate affinché incontrando forze analoghe e contrarie generino il massimo di beneficio per la specie. Si prenda un branco di lupi. Il loro stare in branco realizza il massimo di bene possibile per ogni singolo lupo. Alcuni di essi nascono forti, altri fortissimi; alcuni deboli, altri debolissimi. Solo i fortissimi, isolati, potrebbero con grande e incerto sforzo guadagnare qualche preda, ma facendo sforzi tremendi e ottenendo soddisfazioni minime. I forti, i deboli e i debolissimi, isolati, non riuscirebbero a durare molto. Allora conviene a tutti unirsi. I deboli e i debolissimi accetteranno qualunque sopruso e umiliazione per non essere cacciati dal branco e come premio della loro obbedienza otterranno i bocconi di scarto della caccia e dovranno, coda fra le gambe, vedere che il capo branco si tromba tutte le lupe a suo piacimento e senza sforzo alcuno. Del resto dal punto di vista della specie se lupe devono essere ingravidate da chi è meglio che lo siano? Dal più forte e più astuto dei lupi o dal cretinetti che fa il tifo per la squadra del cuore, strombazzando in cinquecento per la città con la bandiera dispiegata fuori dal finestrino? Di contro il capobranco, accettando di proteggere e dare disciplina a suoi gregari, sa che la caccia sarà molto più abbondante di quanto mai avrebbe potuto ottenere da solo e così avrà sempre a disposizione i bocconi più prelibati e nutrienti. Più ancora avrà accesso sessuale in monopolio a tutte le femmine del branco che saranno si le solite vecchie megere, ma almeno sono stabili e sicure. Figurati quante se ne avrebbe chiavato se isolato e vagante per la foresta a contendersi quella annusata in calore e contesa da due o tre altri lupi con le palle quadrate come le sue. Questa è la mano invisibile che ordina secondo ragione lo spirito vitale che universalmente come una polverina magica piove sull’intero vivente.
C’è però il caso imprevedibile dalla mano invisibile stessa del capo branco tanto auto affermativo da volere tutti vantaggi del sociale e tutti quelli che possono venire da ognuno per sé e Dio per tutti. E’ quello che ha cintato il bosco e ha detto qui è tutto mio e faccio tutto quello che voglio io, però miei cari lupacchiotti non vi caccio fuori da esso, non sia mai che uno di voi cresca così forte da poter tornare indietro, nel mio bosco, e prendere il mio posto. Voi starete nel bosco, ma tutto quello che c’è dentro è mio e voi prenderete solo quello che vi dirò io. Anzi se nel bosco dovesse entrare un lupo quadripalluto e malintenzionato sarete voi, in prima linea e al mio comando, ad affrontarlo. E così il branco in perenne movimento e basato su una solidarietà di sangue si scioglie e si trasforma in un meccanismo sociale fondato su prestazioni basate sul calcolo e sulla autorizzazione. Uno ha tutto quello che c’è nel bosco, gli altri il compito di apparecchiarglielo secondo i suoi desideri in cambio di un salario. Non più un branco di cacciatori, ma un padrone e i suoi servi che sfruttano un territorio con poco sforzo, facendo la guardia che nessun altro lupo vi entri.
E’ la mano invisibile che ha predisposto tutto ciò? Se abbiamo accettato che abbia disposto l’ordine sociale delle cose fino ad ora, dobbiamo concludere che ancora sì. Sarebbe infatti un misero espediente usare un principio esplicativo fino a che fa comodo e abbandonarlo quando risulta incongruente con le nostre aspettative. Questo principio può essere espresso in forma astratta nel seguente modo: “Ciò che, nella sua particolarità, ci appare malvagio, nella composizione dell’insieme risulta buono”. In altre parole è il nostro punto di vista parziale e limitato a suggerirci che la parte, quella che osserviamo nel suo isolamento dal tutto, possa essere giudicata malvagia; in realtà contribuisce al meglio alla realizzazione del bene complessivo. Un po’ come il tassello di un mosaico che, preso di per sé, appare sgraziato e brutto, ma proprio grazie alle forme s’incastra perfettamente con le altre, la cui unione complessiva ci mostra una forma finale bella perché riconoscibile. Dunque nel mondo non c’è nulla di inessenziale, di inutile, di irrazionale. Tutto finisce per confluire in un progetto finale perfettamente sensato e dunque gonfio di una sua interna razionalità.
Il grande filosofo G.F.W Hegel ha raccontato tutto ciò con un linguaggio e con la creazione di figure concettuali di straordinaria potenza e suggestione, neanche alla lontana paragonabili per lucentezza e chiarezza alle mediocri e arrugginite espressioni del predicatore scozzese che i liberali prendono a patriarca. Ma, per sommi capi, affermano la stessa cosa: il mondo è guidato da una razionalità oggettiva che ha come fine un bene assoluto e non c’è parte che entri nel mondo che non sia usata per il trionfo del bene. Immaginate una fiaba. Se non ci fossero i malvagi, non ci sarebbe nessuna fiaba da raccontare, non ci sarebbe nulla di rilevante che meriti di essere raccontato. Dunque i cattivi sono necessari affinché la fiaba abbia un inizio e una fine ed essi sono i protagonisti in negativo del processo che permette al bene di concludere la storia in modo positivo.
Quindi l’uscita del lupo dall’ordine naturale non è casuale e malvagia, come il modesto pensatore svizzero, aveva vaticinato.
Cosa è interessante circa il fatto che il lupo sia uscito dalla natura e abbia creato un ordine a se stante e parallelo a quello naturale. Un fatto molto significativo, perché è quello che contraddistingue gli ambiti che potremmo definire “allo stato di natura”, ovvero regolati dalla semplice e diretta istintualità guidata dalla mano invisibile in modo semplice e immediato, a quello di ambiti ordinati in modo “artificiale” o basati su regole non elementarmente istintuali ma imposte per volontà e sottomissione o – se vogliamo – per consenso calcolato. Questo fatto caratterizzante il sociale è che il male viene a regolare dall’interno dell’insieme del branco la comune vicenda che li unisce in un tutto. Ogni lupo obbedisce ma al tempo, come singola parte del mosaico sociale, opera affinché più male possibile ricada sui lupi a lui più vicini.
Al contrario, in un branco che vive alla stato di natura, il male è sempre posto, almeno per osservatore esterno, fuori dal banco, contro altri branchi lupi, contro ogni essere vivente che possa costituire una preda.
Questa è la condizione sostanziale di ogni complesso organizzato chiamato società. Il male non è rivolto all’esterno, ma è la regola interna che gli consente di durare. E’ nel reciproco farsi male che i lupi “sociali”, quelli che hanno preso possesso di quel bosco e si sono posti al servizio di padrone, cioè di un estraneo, trovano la ragione che permette loro di rimanere uniti. E così si spiegano i sentimenti, tipicamente sociali, che condizionano l’agire complessivo: invidia, risentimento, disprezzo, superbia, orgoglio, dai quali si generano comportamenti ipocriti, subdoli, astuti, vendicativi, finalizzati all’inganno.
Odio, paura, aggressione/sottomissione sono istintuali e sono dunque presenti allo stato di natura e tuttavia non possono essere considerati malvagi in quanto tali, sebbene guidati da un razionale istinto alla auto conservazione. Tradimento, inganno, adulazione sono evidentemente altra cosa e sono atti finalizzati a fare del male ai propri compari di merende.
Questa è dunque la società, un complesso nel quale il male non è occasionale, ma il principio guida che consente la generale cooperazione e che guida le speranze che accendono le ragioni d’agire di chiunque. La società non può rinunciare al male senza cessare al tempo stesso di essere società. Il conflitto la contraddistingue, come del resto ogni cosa che in natura partecipa del vivente. Ma si tratta di un conflitto del tutto anomalo, perché è interno a un insieme il cui fine è conservare la propria unità. Un po’ come se le cellule di un medesimo individuo decidessero di farsi guerra vicendevolmente. Quando questo accade, il corpo che subisce l’anarchia violenta delle sue cellule si ammala di cancro e muore. Nel caso della società avviene qualcosa di analogo: la società muore a modo suo, ossia si modifica e si riplasma di continuo nel tentativo di sopravvivere al male suo interno. E’ quello che spiega lo strano fenomeno che chiamiamo storia.

