TÒ POLITIKÒN

Non è difficile constatare che la politica è oggi del tutto irrilevante. Non governa alcunché, ma è totalmente governata. Da chi? Nell’immaginario infantile dell’uomo massificato si tratterebbe di un comitato segreto di uomini ricchissimi, potentissimi, cattivissimi che si sono accordati con lo scopo beffardo di rendergli ogni giorno la vita più grama. Sarebbe bello che fosse così, ma è la visione di come va il mondo che hanno ricavato dalla lettura dei fumetti di Batman.

La politica non governa, perché non sa cosa e come governare. E’ inessenziale non perché ha un nemico più potente che non riesce a dominare, ma perché non può non fare quello che va fatto e quello che va fatto è quello che emerge con evidenza dall’ordine stesso delle cose. E’ quello che rientra nell’ordine ragionevole delle cose e che un qualunque uomo di buon senso non potrebbe non indicare, così come un qualsiasi bravo tecnico non potrebbe non approntare gli strumenti operativi che lo rendono possibile, o meglio ancora, gli strumenti operativi che rendono possibile il possibile sono il buon senso generale che si impone come necessario al governo del mondo e trova in bravi tecnici gli uomini adatti ad adattarli agli specifici problemi che emergono e devono essere risolti. L’inessenzialità della politica è talmente evidente che oggi ai vertici del sistema politico dei paesi storicamente più rilevanti troviamo personaggi al limite del grottesco e della parodia. Persino decisioni relative a fatti del tutto contingenti, tipo se difendere Taiwan o meno, se insegnare il latino delle scuole superiori, sono sottratte alla ragione politica e ricondotti a imponenti centri di analisi costi/ricavi che indicano la fattibilità e la desiderabilità della cosa. In un certo senso la posizione del politico oggi è quella dell’antico monarca assoluto dell’Europa post rinascimentale che regnava su tutto e non governava su niente. Ma il suo diritto assoluto a regnare su tutto rendeva possibile al regno di essere governato in tutto e per tutto da apparati di cui il monarca era, come oggi un prodotto di mercato, l’etichetta che ne certificava la validità. In un certo senso, come l’ultimo degli Agnelli, Giovanni, che ha regnato fulminante sulla Fiat non determinando nulla di essa, ma moltissimo per quanto riguarda la Juve.

Se dunque i politici che sono l’ultimo fragilissimo filo di cotone fra l’ordine delle cose che governa le cose e i sudditi che sono governati ma che suppongono, indubbiamente con una pretesa legittima, di poter indicare i modi in cui  sarebbe meglio essere governati, cosa ne resta di questa pretesa?  Non occorre un grande acume per vedere che la posizione del suddito è oggi esattamente quella di un pollo, di un maiale, di un manzo all’interno di una efficiente industria alimentare. Sarà governato nel modo più razionale possibile, perché come un pollo, un maiale, un manzo, sarà inteso come come una preziosa risorsa da cui ricavare il massimo della sua utilità marginale. Sarà dunque catalogato, alimentato, inseminato, vaccinato, anabolizzato, secondo i criteri che garantiscono la sua migliore riuscita nel mercato della comune convivenza. Il sistema farà di tutto perché riesca a “realizzarsi”, ossia a conformarsi a quello che in base alle sue possibilità potrebbe risultare il suo modo migliore di mettere a disposizione della collettività la  qualità della sua carne.

E’ chiaro che l’ordine politico delle cose non esiste più perché stato completamente saturato ed esautorato da un altro ordine del tutto invincibile perché armato della spada dell’onnipotenza, quello del sapere tecnico/scientifico. Quello che indica, e non senza verità, quella che in ogni campo ed esperienza è l’opzione migliore, ossia quella che offre il massimo con il minimo. Il sapere  tecnico/ scientifico non può essere inteso come un’officina di macchinette sempre più sofisticate che, una dopo l’altra, rendono sempre facile aprire le bottiglie, andare sulla luna, curare il cancro, disintegrare la terra. Sarebbe come confondere i singoli stronzi con la funzione stessa del defecare. Il sapere tecnico/scientifico è in primo luogo un modo di intendere la posizione dell’uomo nel mondo, una volta stabilito di cosa si compone il mondo, quali forze lo costringono, quale è la via per scoprirne i modi di operare. In estrema sintesi si pone la domanda: come facciamo a diventare amici della materia?

La materia è ovviamente un enigma. Nessuno sa cos’è. La radice sanscrita e greca math, indica la madre, cioè la riproducibilità.  Il pesce che deposita una nuvola di uova dalle quali nasce un altro pesce che deposita a sua volta una nuvola di uova, e così via. Il vivo che moltiplica il vivo. Questa facoltà è stata, dopo la grande crisi metafisica del secolo XVI, quello della Riforma, quando appunto si costituì il paradigma cartesiano del sapere tecnico/scientifico, messa in disparte. La materia apparve allora come inerzia. Un uniforme e illimitato quantum di cosa estesa. Per alcuni un immenso vuoto dentro il quale rotolano sfere di pietra; per altri una sorta di denso vapore che riempie, anzi realizza ogni spazio. Quale sia l’ipotesi valida non ha importanza. La materia è un’esteriorità che esiste in quanto tale e che si modifica secondo leggi che rispondono a variazioni del movimento, ovvero l’unica proprietà essenziale che questa ha insieme alla estensione. Lo scopo del sapere è allora quello di farsi amico della materia, cioè conoscerla per metterla a propria disposizione.  C’è un miracoloso tratto d’unione fra la mente e la materia che permette di andare d’amore e d’accordo e dunque di farsela amica: la matematica. La nostra mente è capace di ragionare per quadri matematici, ovvero è capace di dare un significato numerico la quantità, di contro la materia è mossa, in quanto quantità, da forze che ne modificano gli stati quantitativi. Dunque è possibile descrivere con precisione assoluta  gli stati della materia e non solo, ma anche anticiparli o immaginarli in forme artificiali create ad hoc. La tecnologia è appunto questo, l’esteriorizzazione  informa astratta e barocca di qualche potenziale stato della materia ricondotta artificialmente a qualche bisogno e desiderio umano. E’ praticamente la creazione di un mondo parallelo che materializza le passioni e i sogni umani. E’ una specie di grande Frankenstein che disegna e  realizza un servo che si fa padrone del suo ingegnere. E’ l’immagine stessa della mente calcolante e raziocinante che si è fatta cosa e macchina che ti guida. Per questo è imbattile e non coercibile in nessun modo. Trionfa ovunque e ovunque detta le sue condizioni. Non puoi vincere una guerra se non ti doti di droni, missili supersonici e, in ultimo, ordigni nucleari. E’ talmente evidente. Dunque se vuoi avere una politica estera, costruirai bombe atomiche, sia che il tuo regime sia una dittatura paleo comunista, come quella della Nord Korea, sia che sia un brillante  stato democratico come quello Israeliano, sia che sia una teocrazia islamica come a Tehran.

Il risentito e saccente liberista da opuscolo per neofiti riassume tutto il suo sdegno nella frase: “ Ah se conoscessero le leggi dell’economia, non direbbero o farebbero questo o quello”. Non si accorge quanto ciò, nei limiti delle condizioni umane, ossia fatto qualche svarione per ragioni di condiscendenza verso gli amici, è esattamente quanto ogni regime politico si prefigge, senza poter nemmeno immaginare una qualche alternativa. Seguire le leggi dell’economia al fine di produrre di più e meglio, giacché è con ciò che si mantiene in piedi l’ordine sociale di cui è la finzione politica. In altre parole, consentire a chi ha un posto di lavoro di continuare ad averlo, perchè  tutto sta in piedi fino a che il sistema economico regge ed è competitivo. Ma ciò significa che a governare non è la comunità politica, bensì le leggi dell’economia, ossia un meccanismo tecnico-operativo che rende possibile la meccanica oggettiva che tiene insieme la società e rende ogni possibile alternativa nemmeno indesiderabile, bensì assurda.  Ne consegue pertanto che seguire le leggi dell’economia è abolire la comunità politica, perché sono esse ad esercitare la reale sovranità, non certo una qualunque volontà popolare. Riguardo a tutto il resto, è esattamente allo stesso modo, ad esempio riguardo  ai modi di costruire le case e l’ordine urbanistico di ogni città, ovunque la fotocopia di una medesima razionalità tecnica, oppure riguardo ai modi di istruire e trasmettere il sapere, che, da conoscenze e modi di interrogarsi, divengono abilità e competenze, ossia tecniche per eseguire una prestazione,  oppure riguardo alla più impalpabile e soggettiva delle condizioni umane, quella del modo in cui essere felici che ovunque trova una risposta tecnica e meccanica, ossia un quantum cumulativo di esperienze felici consumate (quante te ne sei chiavate) affiancato ad una manualistica tecnica che ti istruisce sui come incrementare il quantum intensivo di piacere. E lo stesso ad esempio per la salute, sia come conservarla, sia come recuperarla. Ovunque una serie di macchine affiancate da un prontuario di norme  cogenti e inviolabili perché garantiscono l’oggettività del risultato.

Bene, ora che sappiamo che non viviamo e non è in nessun modo possibile vivere in una comunità politica, giacché tò teknikòn ha inghiottito tò politikòn, dobbiamo domandarci: ma tò politikòn cosa è esattamente? E’ il dialogo permanente che una comunità riunita, ma anche suddivisa in parti, intrattiene con se stessa. E’ il dialogo  che consente alle parti di trovare un accordo che le tenga unite evitando quello che è implicito in ogni comunità suddivisa in parti, ossia la violenza, la guerra civile.

L’esempio più ragguardevole di comunità politica è l’apologo di Menenio Agrippa, quando la plebe si  rifugiò sull’Aventino. In buona sostanza il suo  discorso è la constatazione che una comunità politica è un corpo vivente, dunque composto di parti che s’integrano affinché l’insieme possa continuare  a durare e nel suo stesso durare ognuna di esse trova il suo vantaggio. Ecco una comunità politica è l’interazione di parti che attraverso il discorso politico trovano il modo di raccordarsi fra di loro in vista di un comune vantaggio. Naturalmente questo dialogo/discorso è al tempo conflittuale e conciliatorio. Rivendica opzioni e accetta concessioni. E’ la storia della prima della monarchia  e  poi della repubblica romana per circa 600 anni, fino al giorno in cui il politikòn si dissolse e, dopo un convulso periodo di guerra civile, partorì il sistema imperiale che di fatto aboliva il politikòn, cioè il dialogo fra nobili, ceto medio e plebei, sostituendolo con un un sistema autocratico che si reggeva sulla volontà dell’esercito.

Ma il sistema del politikòn, oltre ad essere stato il modello di governo di buona parte delle antiche polis greche e anche di Cartagine, così come di ogni tribù celtica e germanica, rispunta più forte che mai nelle comunità borghesi, giustamente dette comunali, del medioevo. Tutti i liberi comuni d’Italia, grandi o piccoli che fossero, stanno in piedi grazie al politikòn. Ma questo vale anche per tutte le realtà cittadine indipendenti  del Sacro Romano Impero di Germania, e delle monarchie medioevali di Francia, di Spagna, di Inghilterra.

Il politikòn è possibile solo dove esistono corpi sociali organizzati e riconosciuti come tali legalmente e politicamente. Ovvero dove esistono corporazioni, nobili, popolani,  clan famigliari dotati di espliciti e riconosciuti poteri  e privilegi. Non esiste e non può esistere un politico che si fa interprete degli interessi e della volontà generale, per usare il termine diabolico inventato da Rousseau. Ogni politico parla come espressione dell’interesse della propria parte, del proprio ceto, della propria Arte. E la sintesi di questi discorsi è delegata in genere ad un organismo istituzionale elettivo capace di trovare il punto di equilibrio che rende possibile la comune  concordia.

Non è un caso che, nella misura in cui si afferma un sapere tecnico/scientifico la cui credenziale più significativa è quella di presentarsi come l’unica opzione possibile, ovvero se vuoi mangiare devi mangiare solo questa minestra, perché tutte le altre in un modo o nell’altro ti avvelenano, si dissolve, non senza damnatio memoriae, la società come corpo, ovvero come insieme di parti differenziate in reciproco raccordo, grazie alla dinamica che rende il conflitto non distruttivo, ma capace di realizzare equilibri più soddisfacenti per tutti. Una folla anonima di atomi dispersi che si immaginano tutti eguali non può essere che inerte, esattamente come quelli che entrano nei meccanismi approntati dal sapere tecnologico.

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