IL MALE

Si parla del male, ma per  lo più  non lo si definisce, anzi lo si scambia per un bene. L’esempio presto fatto e da tutti esperibile lo vediamo qui su Facebook quando la servetta ti mostra la foto del cane che lecca il gatto, del leone che bacia l’agnello, di mamma orsa che si appella all’ONU perché anche i suoi cuccioli (lei dice: figli) possano avere una infanzia felice, libera dal terrore di essere preda di cacciatori.

Questo è il male ed è presto detto perché lo è: perché travolge l’ordine della natura e nega che ciascun essere debba essere  quello che è, ossia realizzare la ragione della sua essenza, che è, per ogni cosa creata, il bene stesso. I buoni sono coloro che realizzano al meglio l’essenza propria della natura che li rende quali essi sono. L’uomo irrazionale è anche malvagio, giacché la natura proprio dell’uomo è quella di essere razionale, così le servette che sragionano, oltre che stupide, sono anche malvagie. Del resto con facile deduzione comprendiamo che se il leone baciasse l’agnello, il serpente giocasse a dama col topolino, l’intero sistema della natura crollerebbe e il silenzio della morte universale  e assoluta calerebbe come un manto su quello che chiamiamo il mondo della vita.  Se la vita è bene, essa usa le morti particolari per impedire la morte universale, ovvero che il nulla assoluto abbia la meglio sulla vita o, per essere linguisticamente più precisi, che il nulla sopprima l’essere. 

Ma in questa assurda farsa che la cultura di massa ci offre ogni giorno nel  definire il bene e il male c’è un fondo di verità. Coglie il male nella morte. La morte è la dimensione propria che definisce l’essenza del mondo nel quale siamo gettati. E’ un mondo che non può pensare il male come fatto occasionale o inessenziale. Il male, quello almeno che viene dal sentire dell’uomo, è l’impermanenza delle cose, ossia il loro necessario dover cessare di essere. Il male è il cessare dell’essere. il tempo, che è la sostanza che regge ogni ente creato, è anche il principio assoluto della loro finitezza.  Il tempo ci dice che il terminare è il fine necessario di ogni cosa, dunque che nessuna cosa ha valore in sé, in quanto il suo essere è nulla più che un miraggio, generato dal tempo di cui dispone.

In questa prospettiva il male, ossia la finitudine, o, per dirla meglio, il tempo sarebbe il senso e il fine della creazione e dunque Dio avrebbe creato il male. Se avesse voluto una creazione buona avrebbe creato un mondo perfetto, ossia un mondo libero dalla finitudine, ossia dal tempo, nel quale ogni cosa rimarrebbe se stessa per l’eternità. Dunque un mondo che sarebbe l’esatta fotocopia di quello che immaginiamo essere il Paradiso, ovvero l’eternità in cui Dio pone se stesso. Ma che senso avrebbe creare un doppio? Dunque la creazione per essere sensata deve necessariamente essere qualcosa d’altro, di radicalmente altro, rispetto a ciò che è perfetto e perciò eterno. E’ su questa base che molti maestri pagani, così come molte sette eretiche, come ad esempio i Catari, sostengono che la creazione non può essere che il capriccio di divinità malvagie che si sono divertite a creare un gioco crudele oppure di un Dio minore pasticcione che non sapeva quello che faceva.  Ma è una visione che va respinta. La finitudine del mondo, ossia il fatto che sia un luogo dove è impossibile rimanere, il suo essere senza fondamento, una mongolfiera sospesa sul nulla, è gonfia di significato proprio per la sua occasionalità. L’esperienza del male, di cui ciascun essere vivente fa prova nell’intimo profondo del suo stesso essere e che coglie nel sistematico cancellarsi di tutto ciò che ama e desidera, è ciò che è stato chiamato ad affrontare. E’ la conoscenza del finito che permette la raffigurazione dell’infinito, del bene, di quello che realmente vogliamo. In un mondo perfetto, ogni sua parte sarebbe perfetta, dunque ogni essere godrebbe di una condizione di eternità. Come potremmo essere malvagi gli uni con gli altri se fossimo tutti eterni? Non potremmo assassinarci reciprocamente, non potremmo derubarci (cosa potrebbe possedere un essere che già di per sè non ha bisogno di nulla?), e non potremmo nemmeno detestarci o amarci reciprocamente, perché saremmo bisognosi di nulla, dunque non potremmo amare né odiare. Non potremmo nemmeno amare noi stessi, giacché amare è desiderare che qualcosa possa continuare ad essere.  Solo nella finitudine tutto ciò è possibile, dunque è cosa necessaria affinché la nostra esistenza abbia un senso.

Spesso pensiamo che il male sia generato dal rapporto degli uni con gli altri; da quello che gli altri ci fanno, da quello che noi facciamo loro. Ma questa dimensione sociale è un aspetto del tutto secondario e marginale della natura del male. Se non ci fossero gli altri, non ci sarebbe il male? Dicono che Sant’Antonio nel deserto combattesse ogni giorno una battaglia contro il diavolo che lo tormentava. Se fossi naufragato solo in un’isola deserta, sarei libero dal male? Gesù ha detto di essere venuto a salvarci dalla morte, non dai cattivi. Il male, dunque, è intrinsecamente parte di ciò che rende possibile la nostra esistenza. E’ l’idea della distanza incolmabile fra finito e infinito e l’angoscia è la condizione autentica del nostro sentirci parte di un mondo limitato e incomprensibile.

Il male, ciò che per noi è il male, è dunque un messaggio. Mostrandoci il male, cioè il nulla, quello che per definizione non può essere, il luogo dove tutte le strade finiscono, abbiamo di converso l’immagine del Sommo Bene, ossia di ciò che necessariamente è.  Solo conoscendolo possiamo rigettare il male, e la conoscenza, come si legge nella Bibbia, è per definizione la conoscenza del bene e del male, dell’essere e del non essere.  Se vuoi il bene vuoi l’essere, dunque qualcosa che per essenza non può essere confinato in te stesso; se vuoi te stesso, cioè il finito, vuoi il male.  Il vescovo Alberto Magno dice: “Nella volontà in cui l’uomo muore, in quella permarrà eternamente”.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *