EX CAPTIVITATE SALUS

Il senso e il significato morale del mondo antico era la servitù. La servitù lo rendeva possibile non solo materialmente, lo rendeva possibile spiritualmente; gli conferiva  l’ambito dentro il quale l’agire di ogni uomo assumeva un senso riconoscibile e imprimeva, al dover stare insieme, il lato necessario dell’essere uomini, un impegno morale riconoscibile.

Lo scopo della servitù era rendere possibile l’eccellenza di qualcuno. Era mostrare cosa poteva fare, a quali vette poteva arrivare l’essere umano, quando fosse stato liberato dal peso di occuparsi del proprio corpo, delle necessità puramente fisiche che affliggono il doversi tenere in vita. La servitù era un contratto per cui alcuni accettavano una vita di livello elementare, una vita totalmente intrisa di materia e di tecnica, affinché un numero limitato di uomini potesse vedere il cielo al quale la libertà aveva destinato il genere umano. In altre parole era come se una parte del genere umano avesse deciso di sollevare sulle sue spalle un’altra parte affinché da quella altezza potesse vedere cosa si nascondeva dietro il muro della materia e della necessità e, vedendolo e raccontandolo, potesse illuminare tutti della immensa bellezza e bontà che nelle cose materiali non si vede, ma che è il vero cielo dove trova rifugio l’anima umana.

Naturalmente il rapporto di servitù era, come tutti i rapporti umani, basato su di un accordo, ossia un misto di violenza e di utile, di vantaggio e di svantaggio. I servi trovavano, nel loro sentirsi utili, un qualche motivo di orgoglio e di vanità. Spesso amavano i loro padroni, più ancora la situazione domestica nella quale erano inseriti. Poiché lo spirito, ovvero la capacità di dare un senso e un valore a quello con cui e di cui si vive, è intrinseca e ineliminabile al parlare, quindi al pensare, gli schiavi si creavano un ambito di vita spirituale di secondo livello e parallelo a quello dei loro padroni, totalmente legato alla materialità della loro situazione  esistenziale. Un piccola religiosità fatta di segni materiali e simboli magici, ossia una superstiziosa credenza in forze naturali oscure, evocabili a piacere, un modo molto diretto di valutare e godere dei beni che la vita può offrire: il sesso, il cibo, il denaro, lo spettacolo, l’emozione, e ritenere che la loro abbondanza sia la chiave della felicità. L’idea che nel servizio, nel fare bene il servizio, ci fosse anche la chiave del proprio riscatto. E così era, almeno nel mondo romano, il cui pragmatismo permetteva di riconoscere il valore di un servizio  ben eseguito e dunque premiarlo come meritava, rendendo infine il servo semi libero e il gladiatore invitto dopo anni di duelli nell’arena ricompensato con il rudis, il gladio di legno e la completa libertà. E con questo il mondo antico ebbe termine.  L’ex schiavo ora libero poteva ora comprare degli schiavi e impiegarli per i fini che per loro, per il loro mondo spirituale, erano sensati, ossia più cose, più materia, più sensualità. Niente Fidia e Prassitele, niente Eschilo e Sofocle, niente Platone e Democrito, ma lo schiamazzo del circo, il triviale gioco di parole del mimo, la morale meschina di Esopo. Poi il Cristianesimo spazzò via tutto questo. Rendendo tutti liberi? Il contrario, negando fosse possibile la libertà nel mondo delle cose e dunque tutti servi della materia, anche quelli che pensavano di poter essere liberi anche se in catene e dal loro tetro carcere pur buoni a parlare con gli Dei. Una rivoluzione apocalittica che rese obsoleto il modo antico di intendere il mondo. Dal punto di vista materiale era stato già annichilito dal giorno in cui lo schiavo, divenuto legalmente, ma non spiritualmente libero, poteva comprare uno schiavo e usarlo per fini puramente schiavili, ovvero usarlo per incrementare il proprio godimento e non la propria virtù, quella di essere meno mescolato alla materia  al fine ultimo di liberarsi di essa.

Il Cristianesimo letteralmente seppellì il mondo antico perché gli tolse la speranza spirituale sui aveva riposto ogni sua speranza, ovvero che lo scopo della vita è rendersi liberi, e per essere liberi bisogna essere virtuosi. No, su questa terra non potrai mai essere sul serio libero, in qualche modo sarai sempre servo di qualcosa, dunque nessuna virtù ti libererà mai dalla tua condizione servile.  Non solo dovrai venire sempre a patti col mondo, dunque piegarti, ma anche nella più nobile e disinteressata impresa in realtà sarai inferiore a quello che credi, non otterrai quello che avresti voluto, avrai ingannato te stesso e quelli che ti sono stati affidati.

Il Cristianesimo ci ha dato la coscienza  della vera condizione umana, quella di essere tutti servi, tutti soggetti alla dannazione di essere strumenti di qualcosa, ma anche la chiave per poter essere servi fuggitivi, non liberi qui che è impossibile, ma servi fuggitivi, la condizione più eroica e più tragica che mai potesse sostenere l’uomo antico, quella di non avere luogo, di dover guardare sempre verso altrove per guadagnarsi la salvezza.

Oggi che il Cristianesimo è stato cancellato, dobbiamo stare molto attenti, perché è di ritorno il mondo antico. Il mondo delle illusioni e dunque quello che genererà finti uomini liberi con il loro codazzo di veri schiavi pronti a tutto pur di illudersi che servendo si godrà del bene della libertà o, ancor più semplicemente, si godrà.

Che fare allora? Sono convinto che ora come allora la via sia il deserto, la contemplazione, lo sprezzo di ciò che piace al mondo.

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