L’impero romano, come quello americano, fu il risultato non progettato da nessuno, ma la conseguenza di una combinazione fortunata di eventi generati a loro volta da un’immensa volontà di potenza e di capacità di organizzazione. Gli antichi senatori repubblicani tutto avevano in mente, meno che fare un mondo a immagine e somiglianza di Roma, tuttavia non avevano dubbi che con chiunque entrassero in relazione, questa relazione dovesse essere di sudditanza e non tolleravano confinanti che, per un motivo o per l’altro, potessero costituire una minaccia. Tuttavia la loro sottomissione non significava il loro annichilimento, quanto piuttosto trovare un alleato fedele e compiacente e, alla lunga, grazie all’obbligo di fornire truppe di complemento nelle guerre romane, un assorbimento delle classi dirigenti, conferendo loro la cittadinanza romana.
Solo all’epoca di Cesare, ossia con la fine della repubblica e con l’inizio della conquista delle popolazioni tribali del nord e del nord-est d’Europa e di quelle dell’Africa occidentale, si cominciò a pensare in termini di “missione civilizzatrice di Roma”, ovvero ad elaborare un’ideologia sistematica che desse ragione del fatto di andare conquistare popoli che tutto potevano essere meno che una minaccia per Roma. Anzi fino ad allora, con un notevole senso della realtà, i Romani pensavano di dover essere loro ad essere civilizzati da popoli confinanti sicuramente superiori per ingegno e creatività (Graecia capta, ferum victorem coepit – scrisse il poeta). In effetti la sottomissione di tutto il Mediterraneo orientale, lasciava poco spazio all’idea che i Romani potessero intendere la cosa come “missione civilizzatrice”, semmai il contrario, e non solo per quanto riguarda la Grecia, ma anche l’Egitto alessandrino, la Giudea, la Siria, dove esistevano città molto più splendide di Roma, scuole di pensiero all’interno delle quali nessun Romano avrebbe avuto l’orizzonte mentale per potere esservi ammesso, grandi astronomi, grandi matematici, grandi architetti, scultori, pittori, medici, romanzieri. Esattamente come dopo la prima conquista dell’Europa, a seguito della guerra del 1914-18, si profilò il rapporto fra Stati Uniti e civiltà europea allo sbaraglio.
Insomma, assorbito l’immenso patrimonio di scienza, sapienza, capacità tecnica che veniva dal Mediterraneo orientale e alessandrino, Roma si trovava a dominare anche immensi territori ampiamente deserti e sottopopolati che andavano dalla foce del Danubio al Reno per passare per il Tamigi e raggiungere il Guadalquivir, fino alla fertile striscia di terra che correva lungo la riva marittima dell’Africa occidentale. Tenere assieme tutto ciò e, in qualche modo, mettere a profitto queste immense risorse dormienti, divenne di fatto il compito che si prefissò la classe dirigente romana. Si pensò che ci fosse un disegno dietro la fortuna di Roma – esattamente come gli Americani pensano di essere una sorta di popolo eletto che ha il compito di insegnare agli altri a vivere – e che dunque Roma avesse un compito, quello appunto di unificare il mondo sotto l’insegna di una missione civilizzatrice, ovvero fare di ogni luogo una piccola Roma.
Il concetto di “missione civilizzatrice” va inteso in due sensi. Il primo, letterale, è l’idea di azzerare la civiltà tribale delle popolazioni conquistate nell’occidente barbarico per sostituirla con quella della “città”, ovvero non basata su vincoli di parentela, ma su vincoli politici fra classi sociali. La città, centro permanente di residenza del ceto dirigente e dei suoi portaborse, associati e mantenuti, diventava una sorta di reggia e di stato maggiore che permetteva al ceto dirigente, ossia i “possessores” del territorio ad essa circostante, di dominarne e sfruttarne al meglio tutte le sue possibili risorse: agricole, minerarie, boschive. Naturalmente ciò implicava l’introduzione dell’azienda più razionale ed efficiente mai inventata dal capitalismo romano, ossia la “villa” e, con essa, la schiavitù industriale, sconosciuta ai barbari.
Per altro verso la città si doveva presentare ai suoi residenti come una sorta di sogno realizzato per una vita felice, completa, universalmente invidiabile. In quest’ottica, tutte le città fondate dai romani, si presentano secondo un schema modulare sempre identico che in linea di massima ricalca quello di un “castrum”, una fortificazione militare quadrata o rettangolare, attraversata da due strade perpendicolari. Ma ciò non è essenziale; essenziale sono le strutture urbanistiche che qualificano una città in quanto tale e che, dove mancano, viene meno la città stessa. Esse sono il “foro”, il luogo della politica, dei commerci, dell’esercizio della giustizia, quindi le “terme” il luogo della salute, del benessere, dello svago, delle private relazioni di amicizia, poi il circo e l’anfiteatro e, in alcuni casi, ma non sempre, il teatro. Il circo e l’anfiteatro sono probabilmente le due strutture decisive nel tenere insieme l’ordine sociale, giacché generavano, attraverso lo spettacolo, il contesto e il delirio passionale che consentiva a tutti, non solo ai proletari ma anche ai ceti medi e superiori, di sentirsi parte di un medesimo incantesimo e dunque assentire a fare quello che il ruolo sociale nel quale si trovavano prevedeva; in pratica a fare quello che ogni giorno già facevano. Attraverso il circo e l’arena, cioè attraverso quella cascata di emozioni generate dallo spettacolo, il cittadino di una qualsiasi città romana era indotto ad assentire alla roman way of life, esattamente come oggi, attraverso una serie di racconti spettacolari per immagini il suddito del grande impero americano dice sì al sogno americano.
Tutto ciò rappresentava l’aspetto operativo e materiale sul quale Roma contava per avere il consenso dell’universalità dei suoi sudditi. Ovvero presentava se stessa come capace di offrire un modello di vita, in cui i valori dominanti sarebbero stati il benessere, il divertimento, il sostegno dei più deboli, la pubblica sicurezza, l’igiene e la salute a cura dei pubblici poteri.
A questa missione civilizzatrice, basata sulle pietre e sulle colonne dei templi e dei pubblici edifici della città, a questo materiale insieme di strutture che consentiva di vivere “da cittadino”, ovvero da gaudente che beneficiava di una quantità di pubblici servizi che andavano da donazioni sistematiche di cibo, a feste, acqua calda tutto l’anno, spettacoli che toglievano il fiato, era necessario affiancare un’ideologia che per un verso desse un senso alla classe dirigente nel sentirsi e mettersi a disposizione di Roma e alle classi subalterne un senso di gratitudine e di adesione entusiasta all’idea di essere parte del “romanum imperium”. In questo senso, facendo delle analogie fra ieri e oggi, basta ricordare la devota sottomissione e convinta adesione al modello di vita e sistema di valori del ceto dirigente democristiano degli anni ’50 all’impero americano, così come l’euforia generata nelle classi subalterne dall’incantesimo spettacolare del consumismo illimitato di cui si faceva imbonitore il suo sistema di indottrinamento, soprattutto attraverso immagini di ogni genere: fumetti disney, cartoni animati, film, musica spettacolarizzata, come il rock ’n roll.
Roma diceva ai suoi sudditi sparsi fra le rive del Mediterraneo e fra le brume del nord: siate fedeli e grati perché siete parte di una civiltà superiore che realizza le vostre più profonde aspirazioni ideali e soddisfa i vostri essenziali bisogni materiali. Abbiamo finalmente un mondo completamente civilizzato, dove non ci sono più guerre, nel quale la povertà è stata sconfitta e dove vivere è un piacere.
L’idea di fondo con cui il ceto imperiale assolveva ed esaltava se stesso era appunto quello di avere realizzato un mondo perfettamente civile, i cui valori sarebbero stati, la pace, il benessere generale, l’uso del proprio tempo per ogni cittadino, finalizzato all’ideale egotico di sé, ovvero a fare di se stesso un monumento di godimento e di autocompiacimento. In quest’ottica, la città metteva disposizione di chiunque (purché cittadino) biblioteche, palestre, bagni, spettacoli di ogni genere e invitava tutti a fare della propria esperienza esistenziale un quantum illimitato di godimenti, che nei più rozzi e sozzi, si concretizzavano in banchetti di cibi rari e acquisti di schiavi e schiave per uso sessuale e in quelli di grana più fine in letture, conferenze, conventicole di esteti, e prevedevano una vita di viaggi verso mete straordinarie per l’eccezionalità dei monumenti o per la presenza di scuole e di maestri di ineguagliata sapienza esoterica, imponevano per noblesse oblige l’acquisto di sculture e opere d’arte di ogni genere con cui ornare le proprie case e lunghi soggiorni in villa dove ritirarsi per meditare e ritrovare se stessi, una volta dato per certo che l’impiccio del vivere quotidiano, con gli altri e fra gli altri, rischiava di ottundere la luminosità della propria anima.
Se fino ad un paio di secoli prima, in ogni città del Mediterraneo, essere cittadino significava essere un guerriero e vivere in città era la condizione che rendeva possibile la comune difesa o offesa, nel momento in cui l’impero romano trionfa, la condizione di cittadino e quella di guerriero si dissociano completamente e l’idea stessa che un cittadino possa imbracciare lo scudo e impugnare un gladio qualcosa di sovversivo, più ancora, qualcosa di barbarico, cioè di assurdo. La guerra è per definizione estranea alla vita dell’impero. Se essa c’è riguarda solo l’apparato specializzato, al comando dell’imperatore, che ha il compito di rendere i confini del mondo civile sicuri.
Ma in realtà, col trionfo della missione civilizzatrice di Roma, cosa accade? Quello che sta accadendo oggi nell’impero americano. Che una vita passata a sguazzare nelle terme, a banchettare con murene e vini di Falerno, a delirare per i colori di questa o quella quadriga, ad emozionarsi fino a svenire per le imprese del secutor Aspis, a tormentarsi nel silenzio del proprio cubiculo su quale segreto inaccessibile riposi la verità della propria anima, produce nei più rozzi e più sozzi un vile torpore per assuefazione e noia e nei più affilati in un senso di angosciosa infelicità. Non è questa la pace che corrisponde alla natura umana; non è questa la condotta di vita che permette di mettersi il cuore in pace. Anzi, è proprio l’effetto inaspettato di questo modello di vita a generare il caos, la generale disaffezione a tutto, la corruzione di qualsiasi relazione materiale e spirituale che si ha col mondo. Niente ha più valore, tutto diventa interessante solo se occasione di beffa, di scandalo, di perversione. E’ l’esito nichilista di qualunque mondo che presuma di potere essere sufficiente a se stesso, una volta realizzati i valori mondani sui quali crede poter edificare l’universale convivenza.
Un episodio storico spiega meglio di qualsiasi altro il crollo dell’impero romano. Quando i Vandali circondarono Ippona, di cui era vescovo Agostino, e si preparavano all’assalto finale delle mura, ebbe un bell’esortare i concittadini il loro vescovo ad armarsi e salire sulle mura; questi del tutto sordi all’appello rimasero fino all’ultimo nel circo ad assistere alle corse che, in quella giornata, mettevano in campo i cavalli e gli aurighi più famosi di tutta l’Africa consolare.
(P.S.) Le foto qui sotto sono di Velleia, piccola capitale dei Liguri Veleati, in val d’Arda sull’Appennino emiliano. Una piccola città dispersa sui monti e scomparsa per secoli, sepolta da una frana. Tornata causalmente alla luce nel secolo XVIII. Ebbene anche in questa realtà cittadina minima e completamente isolata fra i monti, troviamo il foro, le terme, l’anfiteatro.

LA STELE DI UN VENATOR

IL FORO

LE TERME





