IL PIACERE

Un cretino afferma: il sesso è un fatto privato. Ora la proposizione è vera e anche falsa. È falsa se la confrontiamo con altre di questo tipo: il mare è salato, il cielo è azzurro, lo zucchero dolce. È falsa se vuole informarci circa uno stato di fatto che non dipende da noi, ma dal modo in cui oggettivamente le cose si presentano ai nostri sensi. E invece è vera se la riteniamo come qualcosa generata da un atto di volontà: vogliamo che il sesso sia una cosa privata e perciò insindacabile. Il cretino di massa normalmente concepisce sia come fotografia di uno stato di fatto sia come  fosse un atto morale la proposizione di cui parliamo: la considera oggettivamente vera ( uno stato di fatto, un modo della natura) , e, al tempo, giusta, ossia il modo giusto con cui la società deve considerare la sessualità: un fatto assolutamente personale e privato, riguardo al quale nessuno deve mettere becco.  Ora da un punto di vista storico la sessualità non è mai stata un fatto privato. Anzi non c’è mai stato argomento altrettanto soggetto a controllo e indagine pubblica. Basta ricordare – cosa del tutto certa, ma dimenticata – che buona parte degli adolescenti e dei giovani, oltre ad una notevole quantità di adulti, raccontavano puntualmente, ossia almeno una volta alla settimana, le loro vicende sessuali, sia reali che immaginate, ad un confessore. E questo non mille anni fa, bensì una cinquantina. Più ancora che fino agli ‘70 in buona parte degli stati USA il codice penale prevedeva l’incriminazione e pene, in caso di colpevolezza, detentive per atti sessuali contro natura, anche fra moglie e marito, tanto che molte donne usavano queste leggi per sbarazzarsi del marito, portandolo in tribunale con l’accusa di averle costrette a riceve sperma coniugale in orifizi non consentiti dalla legge.

Tutto ciò per dire cosa? Che la privatizzazione del sesso non solo è un fatto recentissimo ma risponde ad una logica di dominio e controllo sociale come quasi tutte le decisioni che il sistema prende. Ora una persona avvertita dovrebbe drizzare le orecchie quando il sistema afferma e ottiene l’universale consenso circa qualcosa che dichiara essere “un fatto privato”. Pubblico e privato sono due concetti dicotomici che possono essere riassunti in estrema sintesi nel principio che è cosa pubblica tutto ciò che è sottoposto ad una disciplina legale ed è perciò obbligatorio; privato, invece, tutto ciò che è lasciato alla discrezione del singolo che decide di testa sua cosa è meglio o peggio fare. Chiaramente pubblico e privato sono convenzioni, ossia atti decisionali attraverso i quali si stabilisce come meglio rapportarsi a determinate evenienze.  Per lunga esperienza storica, possiamo dire che quando un sistema come il nostro che ha come fine strategico il controllo totale della società e la predeterminazione dei comportamenti e persino pensieri della totalità dei sudditi  dichiara che qualcosa è “privato”, deve esserci sotto qualche sottile inganno. Come mai – si dovrebbe chiedere il critico dell’ordine costituito – una cosa come il sesso che, sempre e ovunque storicamente e ancor oggi in buona arte del mondo, è stato soggetto al controllo pubblico sia nei comportamenti che nei modi di parlarne (provate a immaginare negli anni ’60 in Italia o negli USA qualcuno che alla televisione o comunque in pubblico avesse detto: “mi piace il cazzo”. Come minimo sarebbe stato ostracizzato per sempre da ogni forma di relazione sociale e sicuramente cacciato dalla famiglia), ebbene oggi il sistema, nel tripudio generale, dichiara che le vicende e i modi di parlare del sesso sono “privati”, ossia sono lasciati alla completa discrezione di ciascuno e nessuno ha titolo, pena una punizione esemplare, di metterci becco.

Cosa nasconde una cosa del genere?

Il piacere è come una goccia di miele. La mosca ci si posa sopra e ne resta invischiata, non è più libera di volar via.  Il piacere è sentito da tutti, ma in modo ossessivo dagli uomini più usuali, come l’unica ragione per la quale vale la pena spendere la vita. La pulsione più forte è, per tutti, nell’immediato e nel non ragionato,a quella a soddisfare un piacere di cui sentiamo il richiamo. Tanto più immaginiamo potente il piacere prefigurato, tanto più questa pulsione sarà accecante. Di tutti i piaceri, quello sessuale  non solo è il più rilevante, ma quello che subordina a sé tutti gli altri.

La caratteristica essenziale del piacere sessuale (di tutti in realtà, ma in quello sessuale la cosa è prorompente) è la sua solitudine. La solitudine di chi lo prova, la solitudine che viene rilevata da chiunque lo osservi negli altri. E’ una delle poche esperienze che non può essere comunicata, nel senso di far partecipi altri di cosa si sta provando. Normalmente chi osserva il piacere altrui prova un senso di estraneità, accompagnato per lo più  da dispetto e repulsione. Lo stesso si potrebbe dire del dolore, sebbene questo per lo sviluppo di un sentimento collaterale, la compassione, per mezzo della quale partecipiamo in modo indiretto al dolore altrui. il piacere isola dagli altri chi lo prova e, per altro verso, si genera, in chi lo persegue, una meccanica da lupo solitario, per cui l’elemento predatorio  ti rende indifferente, estraneo, alla sorte altrui.

Al contrario la gioia non solo può essere uno stato collettivo, ma è trasmissibile e condivisibile.  Chi è colto da uno stato di gioia lo può facilmente trasferire a coloro che gli sono intorno e che lo amano. Identico discorso per ciò che concerne l’afflizione, ovvero la tristezza che sorge a seguito di una amara notizia. L’afflizione, come la gioia, può essere trasferita agli altri. Ma a differenza del piacere e del dolore, che implicano la partecipazione del corpo,  gioia e afflizione sono esclusivamente fatti che vedono la partecipazione della mente e nessun passaggio di stato del corpo.

Il piacere dunque ci isola dagli altri, ce li rende indifferenti se non come mezzi per i suoi scopi,  e, come risultato, ha quello di renderci deboli e dipendenti.

Il processo oramai  secolare della atomizzazione degli individui, passato attraverso la disintegrazione di qualsiasi nucleo di aggregazione che  rendevano ogni individuo meno esposto alla signoria del potere, la famiglia in primo luogo (non quella orizzontale a due, quella storica, verticale, che implicava la comunione fra generazioni e fra affini), ma anche di tutte quelle forme di appartenenza, come i clan,  le corporazioni di mestiere, le associazioni territoriali e cittadine.

Adesso che l’atomizzazione sociale è arrivata al culmine, è iniziata la fase per cui si poter isolare la mente stessa dell’individuo da qualsiasi contesto che non sia quello indotto dal potere stesso. Lo strumento che rende possibile un’ipotesi del genere è il piacere. E’ orientare la vita di ognuno verso il piacere come unica  espressione di vita dotta di senso e di valore.

Il sistema vuole che tu sia il dominus et deus del tuo piacere, perchè in questo modo sarai completamente isolato dagli altri e totalmente interessato solo a te stesso, ad ascoltare e e a tentare di realizzare quel piccolo mondo di allucinazioni che rende possibile accendere l’immaginario sessuale, le sue promesse.  Ciò ti isolerà non solo dagli altri, ma anche da te stesso, non saprai dare orientamento al tuo stare al mondo che non sia fare del piacere – che per essenza sfuma nel momento stesso in cui si realizza, per ripresentarsi come identica esigenza impellente  subito dopo – la prigione dalla quale vedi il ripetersi, come un criceto sulla ruota, del tuo stesso moto che instancabilmente riproduce il medesimo cerchio.. In pratica giri su te stesso per non andare da nessuna parte.  E’ il carcere che ti ha assegnato il grande Leviatano quando ti ha illuso di averti concesso finalmente un ambito di privatezza di cui saresti stato il giudice indiscusso e l’imputato inconsapevole.

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