Da dove viene questa docilità sbrodolosa che caratterizza l’uomo contemporaneo nelle società a capitalismo digitale? Questa docilità totale al punto di farsi ispezionare ogni cosa, dall’auto alla caldaia, da certificare tutto il certificato certificabile e sentirsi sollevati per essere in regola? Da dove viene questa acquiescenza al punto di obbedire sempre e comunque a qualsiasi norma anche la più stravagante che venga imposta da qualche potere, anche il più modesto ed elementare come ad esempio quello di un ufficio comunale, di un preside scolastico, di un cretino in divisa da volontario della cosiddetta protezione civile? Questa docilità persino nel ripetere convinti le nozioni etiche, estetiche, pseudoscientifiche, con cui il potere imbottisce le teste di tutti, pur non convinti in cuore loro di nessuna delle enunciazioni di cui si dicono essere convinti?
La domanda che allora dobbiamo porci è questa: da dove viene tutta questa docilità? E poi, di seguito: come mai perlopiù non è avvertito, come mai perlopiù ciascuno si sente padrone di sé è libero di agire di testa propria e non come un cane al guinzaglio? Più ancora come mai maschera questa sua spontanea e pressoché illimitata docilità sotto parole retoriche di inusitata mistificazione come educazione, senso civico, responsabilità? Come mai nei soggetti linguisticamente più primitivi vengono tirate fuori parole assurde come civiltà, tanto che una delle offese di fuoco che addomesticato lancia contro quelli che pisciano su di un muro è di essere “incivili”, unendo il comico al patetico?
L’ homo domesticus, cioè il domestico nel senso pieno del termine, è colui che ricicla (povera stella) l’alluminio, separa la spazzatura, sì igienizza, si deodora. È assicurato contro il furto, il caso, la morte, pensa che le ascelle all’odore di lavanda siano un segno di emancipazione, che la scuola sia stata resa obbligatoria per renderlo migliore e più forte, che ogni regola alla quale è sottoposto, sia stata varata per rendere più sicuro, più razionale più confortevole la sua vita da insetto. Sa che gli altri sono pericolosi e disonesti, ma lui no. Per questo è bene che il potere controlli ogni comportamento e sappia tutto di tutti.
Naturalmente questo infame modo di vedere le cose viene tollerato grazie ad un apparato linguistico che in qualche modo lo assolve, anzi lo promuova il ruolo di uomo “civile“ (sic), la sua massima aspirazione. È ovvio che tutto ciò non è altro che una bolla linguistica ed emotiva. La ragione dell’addomesticamento non sono evidentemente i processi educativi ed emancipativi a cui si richiama l’addomesticato. La vera ragione è il puro e totale terrore.
Si vive infatti in una società terroristica, il cui scopo di fondo è il controllo totale della mente e del corpo sociale.
Come si è arrivati a questo? Grazie alla visione razionale tecnicista dello stare al mondo, per un verso. Quella che si impose nel secolo dei lumi e che aveva come idea guida una sorta di ingegneria sociale per la quale la società avrebbe finalmente trovato un ordine perfetto e definitivo, ossia un meccanismo perfettamente funzionante, perchè progettato da una ragione analitica capace di prevedere ogni movimento e conseguenza dell’insieme. Insomma una sorta di grande trenino elettrico nel quale ogni passaggio a livello, ogni scambio di binario, ogni fermata alla stazione, ogni tempo di percorrenza, programmati al secondo e tutto perfettamente regolato e funzionante in sincronia.
Ma il mezzo per ridurre lo spirito dell’uomo a rotella di carrozza ferroviaria, al passaggio a livello, a binario e a poltroncina di carrozza, quale fu? Il sapere. Non Il sapere astratto e teoretico. Il semplice sapere concreto, quello che parte dalla carta d’identità, che sa dove abiti, che lavoro fai, che magari sa che carattere hai, cosa dici a ruota libera al bar. Ma il potere per ottenere l’effetto terrore deve anche far sapere di sapere.
Modello generale di questo meccanismo è stato ampiamente analizzato, quando il fascista progressista Bentham elaborò il suo celebre panopticon, ovvero un modellino carcerario di forma circolare, grazie al quale i carcerieri potevani osservare e sentire quello che i carcerati nelle loro celle facevano e dicevano. Cosa essenziale era che i carcerati erano ben coscienti di essere osservati e ascoltarti. Questo cambia tutto. E’ il sapere che si trasforma in potere, perchè chi sa di essere osservato è costretto a modificare se stesso in tema di quello che potrebbe far trapelare di sé. Comunque tutti i suoi comportamenti sono artefatti in funzione di quello che si suppone che il potere potrebbe gradire o non gradire, ogni frase che si pronuncia e che si suppone potrebbe essere sentita diviene per obbligo se non falsa inutile insignificante e banale.
Il panopticon a cui l’intero corpo è oggi sottoposto non è dato tanto dalle telecamere, quanto dai sistemi informatici digitalizzati che davvero sanno tutto di noi e spiano ogni nostra parola, gesto e persino desiderio. È dato dai radar della pubblica amministrazione che sanno in ogni momento dove siamo con le nostre targhe, è dato dai sistemi di conto delle nostre spese e dei nostri acquisti in depositi bancari digitalizzari, è dato dal totale controllo di ogni nostro atto che la pubblica amministrazione ci chiede e che va dall’obbligo di esibire e certificare il nostro stato di salute al monitoraggio di ogni nostro adempimento che impone nei suoi confronti. Il terrore è qui e chi non lo vede o meglio lo vede, ma ne è tanto terrorizzato da immaginare che con la complicità e la acquiescenza ne pagherà un prezzo inferiore, è proprio colui che con questa strategia da insetto ha reso possibile la costruzione del formicaio.



