L’UOMO È MISURA DI TUTTE LE COSE, DI QUELLE CHE SONO IN QUANTO SONO E DI QUELLE CHE NON SONO IN QUANTO NON SONO (OVVERO COME RENDERE DEBOLI I FORTI E RENDERE FORTI I DEBOLI)

E’ il manifesto del moderno relativismo, ma l’idea non è moderna. E’ di  Protagora, il più noto dei grandi sofisti che operarono ad Atene. Il concetto è che l’uomo crea la realtà tramite il linguaggio. La realtà è il modo in cui raccontiamo la realtà, dunque chi convincere gli altri con il suo racconto è anche colui che determina cosa vale e cosa non vale, cosa è vero e cosa è falso, cosa si deve fare e cosa non si deve fare. In quest’ottica, la verità coincide con l’efficacia. Quanto più un discorso sarà efficace e tanto più sarà considerato vero, tanto più lo si considererà vero e tanto più sarà efficace, perché condizionerà le credenze degli altri e orienterà il loro pensare e decidere nel senso voluto.  La verità di un discorso è dunque la sua stessa forza persuasiva. Il discorso politico è per sua stessa natura un discorso che ha come scopo la persuasione, ma sarà tanto più persuasivo, quanto più sarà ritenuto vero.

Il punto fondamentale è dunque riuscire a formulare discorsi che vengano percepiti assolutamente come veri, ossia gli argomenti siano esposti in modo tale che l’uditore non possa non convenire con l’oratore.  Si può ottenere il consenso con trucchi emotivi e scenografici, facendo leva sull’emotività e sul sentimentalismo, ma questa è un’arte retorica debole, perché le emozioni vanno e vengono e l’assenso che ottieni grazie alla leva emotiva ti si può persino ritorcere contro, non appena la situazione cambia, non appena l’emozione passa. Quante promesse d’amore eterno sono durate il tempo della notte nella quale sono state sussurrate? Al mattino, ti volti e dici: chi è questo estraneo?

No, la chiave vincente è costruire frasi che siano come lacci, quelli con i quali prendono per il collo i cinghiali quando passano per un varco obbligato fra le siepi. Devono  dunque essere degli artifici dai quali non si può scappare, un’ organizzazione delle domande per cui la risposta dell’interlocutore sia obbligata, non si accorga che è costretto a convenire con quanto gli si suggerisce, pena cadere in disaccordo non tanto e non solo col suo interlocutore, ma con se stesso, con quello che lui stesso crede essere giusto e vero.

L’esempio più straordinariamente efficace di questo tipo di retorica, ideata da Protagora, lo vediamo oggi quando sentiamo alzare e pretendere l’incondizionata condanna del razzismo e  di tutto ciò che viene indicato come razzista. Perché chi denuncia il razzismo vince sempre e riesce persino nell’impresa incredibile di fare abbattere in America la statua di Colombo, colui che reso possibile l’America e l’esistenza stessa di chi oggi lo vuole cancellare dalla storia? Perché chi si oppone all’azione antirazzista è concorde, nell’intimo del suo cuore, che il razzismo sia orribile e dunque non può sul serio opporsi a ciò che in concreto vorrebbe opporsi. L’astratto domina il concreto. L’enunciazione astratta di un valore, quando è condivisa, diventa uno strumento retorico imbattibile, la si può modellare su qualunque caso concreto e, grazie al modellino generale, condannare ogni singola realtà concreta. La formulazione del quesito retorico: “sei razzista o sei antirazzista” non è un vero quesito, perché nessuno ha sul serio la possibilità, sia verso il mondo sia verso se stesso, di dire si, io sono razzista. Dunque chi denuncia il razzismo ha già vinto in partenza. Chi formula il quesito ha messo il suo interlocutore in una condizione per cui qualunque risposta possa dare, questa è sempre perdente. E’ come prendere a schiaffi in pubblico una donna. Se lo fai, qualunque sia la ragione, hai sempre torto.

Il gioco retorico è dunque formulare un falsa domanda perchè la risposta che puoi dare è in realtà una sola. Se il tuo interlocutore non se ne accorge è come il cinghiale preso al laccio: è passato per un varco che non era in realtà un varco ma un nodo scorsoio. Un altro laccio retorico analogo a questo è l’argomento della morte degli innocenti. E’ usato soprattutto contro gli Israeliani. Siccome tutti non vogliono (dicono di non volere) che degli innocenti, ossia del non combattenti, muoiano in caso di conflitto, ma siccome in qualunque guerra muoiono sempre, tanti o pochi non importa, alcuni non combattenti per necessità di cose, se usi il termine innocente per descrivere la morte di un non combattente diretto, avrai sempre ragione nel chiedere la condanna di chi ti sta antipatico, perché appunto nessuno approva che degli innocenti possano morire senza colpa in un conflitto di cui loro non sono i responsabili. In un’azione di rappresaglia, Reagan fece bombardare il palazzo di Gheddafi e lì trovò la morte una delle sue giovanissime figlie. Nessuno parlò di morte di un’innocente in quel caso, perchè Gheddafi era antipatico a tutti, anche agli altri arabi, e Reagan faceva paura perché aveva dimostrato di essere pronto ad un eventuale scontro nucleare contro l’impero del male.Se qualcuno di socialmente importante avesse gridato e fatto gridare dai suoi seguaci che ra morta un’innocente, avrebbe delegittimato l’azione di Reagan, lo avrebbe fatto passare per un assassino guerrafondaio. Ma nessuno d’importante osò attaccarsi a questo espediente retorico e dunque Reagan divenne uno che aveva dato una giusta lezione ad un tiranno terrorista, mandante di ignobili azioni come far saltare aerei in volo. La potenza della retorica è questa, consiste nel generare una sequenza di parole che è sempre vera. Non ti chiede di fare una scelta, ma ti induce a credere che la domanda sia formulata in modo che tu possa scegliere, quando in realtà non hai nessuna possibilità di scegliere se non quello che, chi ti pone la domanda, ha già deciso essere la scelta necessariamente giusta.

Per quanto riguardo il razzismo la cosa è persino lampante se la si guarda con occhio gelido e limpido. Una situazione diviene razzista se si ha capacità o l’astuzia di farla passare per razzista. Una volta che hai accettato di confrontarti con il tuo interlocutore a partire dall’accettazione di questa terminologia, anche se vuoi smentire l’accusa, hai perso. Sia che tu concordi sia che tu neghi che il fatto denunciato come razzista ricada sotto la fattispecie del razzismo hai dato al tuo interlocutore un potere enorme, quello di averlo riconosciuto come guida morale di quello che è giusto far valere nel mondo. Lo hai eletto a tuo maestro e guida, anche se non lo sai.  Dunque come ci si difende da un laccio retorico, ovvero dal dovere prendere posizione circa una falsa alternativa? C’è un solo modo, il dribbling. Ovvero evitando con una finta ed uno scarto improvviso l’entrata in tackle scivolato, volta a spaccarti gli stinchi, da parte del vostro interlocutore e calciando il pallone oltre la rete metallica in modo che venga sostituito con un altro che contiene una medesima  falsa domanda retorica, ma di tutt’altra natura.  In definitiva se qualcuno denuncia qualcosa come razzista non bisogna né assentire né dissentire, ma accusare il mondo dello stupro di 10000000 bambini in un sol giorno e domandare quanto e quale è stato il coinvolgimento del tuo interlocutore nella vicenda. Questa è la retorica, ossia la politica, ossia la credenza che l’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono e di quelle che non sono.

L’uomo è un animale politico (Aristotele), che significa letteralmente che può vivere soltanto con la compagnia di molti. La politicità del suo essere si risolve nel linguaggio, perché è solo attraverso la parola che si può decidere qualcosa. Cosa significa decidere qualcosa? Stabilire che qualcosa debba avvenire, ancora prima che sia avvenuta. Nessun animale sociale può fare questo, nessun branco di pecore, nessuno stormo di anatre in volo, nessuna gallina del pollaio, decide assolutamente niente, semplicemente, al momento, segue i segni che riceve dall’ambiente e compie quello che è programmata a fare. L’uomo parla, ovvero immagina quello che non c’è. La parola rende possibile l’esistenza di qualcosa di assente come se fosse presente.  E’ questo enorme potere della parola che ci permette di agire, ossia immaginare una situazione diversa da quella in cui siamo, ma poiché non possiamo fare a meno dei molti, la retorica, ovvero la politica, diventano il sale che rende mangiabile la minestra dello stare insieme. Ma questo spiega anche perché, nonostante l’evidente irrilevanza della propria opinione sul corso decisionale delle cose, nessuno può fare a meno di esprimerla e desiderare che divenga l’opinione politica, quella cioè dei più (politica deriva da polis e polis da polys, che vuol dire i molti presi insieme nella medesima rete, la cinta della mura). Se smettesse di sognare la propria politica, avrebbe smesso semplicemente di sognare, cioè di immaginare quello che ancora non c’è e, con ciò, avrebbe smesso di essere uomo.  I grandi maestri di retorica che oggi dirigono il comune decidere, ossia  stabiliscono il bello e il brutto, il giusto e l’ingiusto, il vero e il falso, sono i primi a rendere oscuro il meccanismo retorico che presiede sempre al decidere come i più debbano stare insieme. E’ la prima grande regola della retorica, fare apparire le cose come se non fosse possibile che fossero in modo diverso da come le si fa apparire. Le conclamate emergenze di ogni tipo, climatiche, morali (accoglienza degli infelici), sanitarie, le soluzioni scientifiche, l’evidenza statistica dei dati di fatto, e avanti così, altro non sono che immense e straordinarie figure retoriche. E il significato di una figura retorica non sta nel fatto se sia vera o falsa, ma nel fatto se sia efficace o meno nel farti ritenere che quello che hanno stabilito altri per te sia esattamente quello che tu avresti deciso già per conto tuo. Cosa dunque è importante sapere, oggi, quando ti dicono “lo dice la scienza”, che adesso è la madre di tutte le figure retoriche più rilevanti,  e che si specifica in un’infinità sotto figure retoriche della stessa natura, tipo “chi conosce l’economia, conviene che…” oppure “il semplice confronto statistico dei numeri mostra che …”? E’ importante sapere che se quello che viene sbandierato come scientifico, fosse realmente scientifico, non ci sarebbe alcun bisogno di sbandierarlo, perchè in ogni caso il suo avverarsi sarebbe necessario, dunque che tu decida in un modo oppure in altro, non avrebbe rilevanza alcuna sul corso della cosa. Se te lo sbandierano con tanta insistenza, allora vuol dire che tu potresti, col tuo comportamento modificare il corso delle cose, ma se tu potessi, col tuo comportamento, modificare il corso delle cose, allora potrebbero esserci comportamenti altrettanto utili e alternativi a cambiare le cose e non solo quelli proposti da chi ti dice che la scienza ha detto che se non fai così, allora la Dea ti fulmina. In pratica chi propone una soluzione, la propone per impedire che altri ne propongano altre ancora. Basta vedere la favola straziante dell’auto elettrica. Perciò se uno ti dice che la scienza, se uno ti dice che il razzismo … se uno ti dice che la donna in quanto donna … ebbene dimmi tu se non sai quale è il posto giusto dove mandarlo.

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