IL CONSUMATORE SOVRANO

Siamo costantemente vittime delle nostre afflizioni ideologiche che, causa loro, non ci permettono di vedere lo stato di fatto, quando questo smentisce una nostra credenza, perché – ci piaccia o meno – siamo legati affettivamente alle nostra credenze. Una delle più radicate è quella secondo cui è il consumatore a orientare il mercato e non, viceversa, il mercato a orientare il consumatore. Non si riesce a vederlo, perché non si riesce a vedere che il consumatore è, a sua volta, una merce, un prodotto immesso nel mercato (troppo doloroso, anche per quelli più studiati dover prendere atto di essere il  risultato della forza oggettiva e impersonale del sistema di produzione e di dominio). Immaginare quindi che esista una razionalità nell’agire del consumatore che orienta il mercato e lo costringe ad andare nella direzione che è a lui  più favorevole è uno degli abbagli ideologici più straordinari del nostro tempo. Ed è tanto più straordinario quanto questi stessi ideologi non hanno problemi, nell’analizzare il mercato della politica, a rilevare quanto irrazionale sia il comportamento degli elettori/consumatori, al punto che gli stessi tax payers, ossia quelli in teoria più svantaggiati dal sistema politico in essere, sono anche quelli che danno il loro sostegno alle politiche di spesa pubblica, ovvero le politiche che li tasseranno ancor di più (vedi industriali che chiedono allo stato di provvedere  alla cassa di integrazione). Se gli elettori votassero secondo uno schema razionale, avverrebbe una polarizzazione nettissima dell’elettorato in due o tre gruppi in completo disaccordo reciproco che porterebbe presto al crollo del sistema del voto, ovvero della democrazia. Ma il sistema del voto sta in piedi proprio perché chi vota, vota per dei dettagli che gli sono cari e mai su questioni di principio o di interesse effettivo, se non molto alla lontana, che rappresentano il suo reale modo d’essere e di vivere. In questo modo, l’indeterminatezza delle preferenze emotive che scatenano la volontà di voto si distribuisce in maniera caotica su tutto l’elettorato e rende possibile che le elezioni non le vinca mai nessuno, ma sempre e solo il sistema che le organizza.

Più ancora, l’analisi del voto mostra che le merci vendute dai produttori di politica, ovvero slogan, proposte di trasformazioni sociali, promesse di benessere, azioni future di vendetta dette anche ristabilimento della giustizia, tanto più sono bizzarre e stralunate, tanto più hanno risonanza. L’esempio più convincente di tutto ciò è il successo dell’odioso partito 5s, che ha presentato non solo proposte e slogan del tutto fantascientifici, ma in reciproca contraddizione, eppure ha conquistato il cuore dell’elettore/consumatore al quale si rivolgeva, ovvero l’enorme massa dei signori  nessuno che volevano vendetta. Ha vinto perché ha venduto un sentimento, quello della vendetta, usando come packaging del prodotto slogan come uno è eguale a uno, decrescita felice, se una cosa non ce l’ho io non devi avercela nemmeno tu.

Ora come pensare che le cose stiano in modo diverso nel mondo dei consumi materiali? Un grande esperto americano di informatica – scusate se non ricordo il nome – si domandava come fosse possibile che il consumatore pagasse tre volte il prezzo di un computer apple rispetto al prezzo di un computer cinese o coreano o giapponese con sistema operativo windows, quando nell’essenziale facevano esattamente le stesse cose. Ne concluse perché la gente si lascia abbindolare da dei dettagli piacevoli. La nozione stessa di consumatore (il termine è modernissimo, non ha più di 100 anni, e nasce appunto quando ci si rende conto che c’è il rischio di consumare meno di quanto il  sistema di produzione è in grado di produrre) è infatti legata all’idea di un consumo di oggetti immaginari, ovvero di dettagli estetici che gratificano il nostro io. Con facile argomentazione possiamo dire che nessuno sul serio compra un automobile. Se per automobile intendiamo un utile strumento per spostarci, che senso ha comprare una BMW che costa 80.000 euri, costa un patrimonio in tasse e manutenzione e va a trecento all’ora, quando sulle autostrade al massimo si può sfrecciare a 130 km all’ora e sulle strade normali a 70? Si compra un piccolo tempio pagano nel quale elevare un idolo alla propria persona. Se lo scopo razionale dell’azione economica è ottenere il massimo di uso di un oggetto con la minima spesa, è evidente che nessuno compra proprio niente per ragioni economiche. Tutto quello che compra sono i sogni che nemmeno lui genera di sua iniziativa, ma gli vengono costantemente martellati dal vero grande grande produttore di consumi, la comunicazione di massa, che fa leva sul più bizzarro e meschino dei sentimenti umani, quello di temere di essere stati esclusi o comunque non giustamente considerati nella grande lotteria esistenziale con la quale si distribuisce la felicità. Pensare, infatti, che la felicità ti possa venire dagli altri e dunque dalla situazione ambientale nella quale vivi è la più assurda delle illusioni umane, tanto è vero che non appena hai sposato la donna dei tuoi sogni la mandi per direttissima a cagare, perché hai scoperto quanto scassaballe è. Ma immaginare che in una certa situazione, piuttosto che in un’altra, saremo felici è un’ancora di salvataggio che ci permette di liberarci dell’angoscia del fatto di dovere essere noi, e soltanto noi, i responsabili del modo di farci felici. Le merci immaginarie dei consumi di massa sono appunto questo. L’ambiente nel quale ci immettiamo con l’illusione che sia esso a renderci felici. E siccome ovunque entriamo, passata la prima entusiasmante sorpresa, torniamo allo stato iniziale di mogia rassegnazione di sempre, si corre il rischio che a forza di delusioni il consumatore smetta di passare in rassegna i più diversi cellulari con famelica attesa di scoprire quale lo renderà più appagato. Per questo coloro che rappresentano l’offerta, ossia i produttori, s’ingegnano a cambiare continuamente il packaging della loro roba e affidano a designer, affabulatori, poetastri di ogni genere l’incarico di cantare il canto delle sirene con il quale spenderai di nuovo 3000 euri per farti arrostire, per una settimana, su di una  spiaggia di sogno, in un ambiente alberghiero da Mille e una Notte, nel quale immaginerai che ci siano puttanoni esorbitanti che vanno in calore non appena vedono la tua bella faccia.

Il consumatore finale è in definitiva il prodotto finale del sistema complessivo di produzione. La sua stessa irrazionalità è utile, dunque razionale, per il sistema stesso, che non potrebbe assolutamente riprodursi se il consumatore assumesse comportamenti razionali, ovvero massimizzasse il suo utile reale facendolo scontare all’offerta. Ne è prova il fatto che facendo per lo più un lavoro penoso e stupido, il consumatore razionale dovrebbe cercare di lavorare il meno possibile, mantenendo un soddisfacimento di bisogni primari che lo tengono in vita alle migliori condizioni biologiche possibili. In realtà viene trasformato in consumatore totale, proprio in vista del fatto che si convinca che fare un lavoro che gli ruba la vita sia un prezzo equo per poter avere accesso a consumi immaginari di cui non ha alcun bisogno reale.

Dunque ad essere razionale, perfettamente razionale, è l’offerta, non la domanda. La razionalità di un sistema consiste nella sua capacità di riprodursi in forma allargata al minor costo possibile. Il sistema di produzione di massa  dimostra così di essere perfettamente razionale, giacché è in grado di usare l’irrazionalità delle sue parti per incrementare la razionalità complessiva di sistema che permette la sua riproduzione su scala allargata.

E’ la stessa logica operativa del sistema del mercato politico. E’ l’irrazionalità dell’elettore/consumatore che rende possibile la riproduzione del sistema democratico. Lo scopo delle elezioni è che nessuno le vinca sul serio, ovvero che non le vinca mai la parte che abbia una tale forza di interessi per cui, una volta vinte le elezioni, sia del tutto superfluo farle ancora. Nella storia recente ci sono stati in Europa solo due casi in cui le elezioni sono state vinte sul serio da una parte politica, ovvero abbiamo significato il trionfo degli interessi e del modo di vedere la vita della parte più vasta e miserabile intellettualmente  della popolazione, ossia quella l’uomo della strada. La prima è stata la vittoria del partito Fascista in Italia con le votazioni del 1924; la seconda la vittoria del partito Nazista nel 1933. Ebbene questa vittoria reale e non immaginaria degli elettori ha avuto come necessaria conseguenza la fine del sistema del voto, ovvero della democrazia. Se noi invece guardiamo a come funziona in situazioni normali il sistema del mercato politico, ci rendiamo conto che proprio la pluralità e l’aleatorietà dei messaggi che l’elettore riceve, quasi tutti legati ai suoi sentimenti più inverecondi e ipocriti, ha come effetto la non polarizzazione per interessi reali e per condizione di stato sociale dell’elettorato, cosicché, per semplificare, abbiamo duchi che votano “Rifondazione subito del Comunismo” (molto chic), lavapiatti che votano per il “Partito del Progresso Moderato a guida repubblicana”, casalinghe che votano “Con i Savoia per sempre” e negozianti che votano per il “Partito Tasse sì, ma paghiamole tutti”. In questo modo, con questa irrazionale non polarizzazione degli interessi, vince inevitabilmente il sistema, ovvero si rifaranno in eterno le elezioni in attesa della vittoria di un partito che farà  sostanziali riforme politiche e sociali, cioè mai.

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