REGRESSIO USQUE CECITATEM

Le persone interessanti sono quelle in grado mettere in discussione le loro stesse credenze. Se poi hai a che fare con uno che sostiene di non avere credenze, ma solo certezze, allora sai che hai a che fare con un capoufficio mancato. A parole tutti convengono che il sapere critico, ovvero l’unico possibile, è per sua natura autocritico e dunque nessuna idea è per sempre. In pratica, il più feroce nemico di qualsiasi proposizione dubbiosa e non inquadrata in un ordine di credenze dato per buono, è assai spesso il feroce censore di quello che esula dalle sue linee guida circa quello che vale e spiega.

Uno dei casi  teoretici più interessanti in merito è la certezza del progresso. Pochi non sono convinti al di là di ogni ragionevole dubbio che il mondo sia caratterizzato da un costante progresso. Progresso in primo luogo del sapere che da fantasmagorico e allucinatorio si leviga in idee e concetti sempre più stringenti e capaci di rendere conto della vera natura delle cose. Progresso morale, per cui i tremendi e cruenti modi di regolare i rapporti giuridici fra uomini  divengono finalmente temperati e ragionevoli. Progresso economico e materiale, per cui tutti finalmente godono  a sufficienza di beni non solo di prima necessità, ma anche di svago e di divertimento, oltre a beneficiare di un treno di vita assolutamente confortevole, con acqua calda permanente, cure dentistiche indolori, abolizione di qualsiasi sforzo muscolare nel lavoro, cure mediche eccellenti che salvano spesso casi disperati. Progresso civile e politico per cui tutti sono finalmente liberi dalla pubblica opinione e possono così incularsi a piacimento senza incorrere in alcuna sanzione o  esclusione sociale. Liberi da ogni superstizione religiosa, possono la domenica mattina andare a fare una corsa salutifera al parco invece che a messa. Liberi da ogni oscurantismo e preconcetto, non solo sono liberi di vestirsi come vogliono, ma di cambiare il proprio nome di battesimo da maschile a femminile e viceversa.

La domanda allora è: come mai dopo una vagonata di progresso così ingente, il mondo è impazzito e vive in una generale forma di angoscia e tribolazione? Come mai solo i più ottusi possono credere che un mondo così possa avere ancora un secolo di vita? Come mai gli ometti più assurdi possono pensare di poter diventare leader politici? Come mai la più parte delle donne non è riuscita a far uscire niente dal proprio utero rinsecchito e adesso si rivolge ad un cane come fosse un bambino? Come mai tutti gli infanti e gli adolescenti sono oggi da considerarsi degli orfani, affidati a istituzioni pubbliche di controllo sociale e politico ed educati da istruttori con un’intelligenza e una sensibilità culturale non diversa da quella di una donna delle pulizie?

Come mai, interrogato per strada un viandante qualsiasi circa la felicità, questo invariabilmente vi risponderà: “realizzare se stessi”. E, domandando ancora: “Tu sei felice?”  No.  “Perché?” Perché ho realizzato me stesso, ma poi mi sono accorto che le cose che ho ottenuto non mi hanno reso felice. “Come mai?” Perché ho creduto che me stesso fosse l’insieme delle cose che ho desiderato.

Bene se il risultato di tanto progresso è questo cieco carcere, perché non prendere in considerazione l’opzione opposta, quella da sempre fatta propria dall’umanità, almeno fino alla scoperta delle Americhe, ossia che non c’è alcun progresso, ma un continuo regresso, ovvero una progressivo passaggio da una piena luminosità di esperienza e di felicità di vita ad un lento intorbidirsi della vista fino alla cecità finale? Del resto, l’accreditata teoria della fisica termodinamica ci attesta che il tempo genera invariabilmente il caos entropico.

Gli antichi pensavano che il Divino fosse la causa in sé del manifestarsi delle cose e che dunque il bene maggiore, anzi il solo vero bene per gli uomini, fosse contemplare il divino. Così gli uomini più antichi, i primi uomini, fra tutti  furono i più felici, proprio perché divennero uomini quando gli dei decisero di mostrarsi, mostrando loro il cosmo.

Quella visione piena, accecante, mistica del divino, ossia del Bene che governa l’Essere, non poteva che lentamente scemare e oscurarsi generazione dopo generazione, fino a perdere persino la memoria di sé. Se infatti il sapere è la felicità stessa e il sapere è il theorein, letteralmente: la contemplazione degli Dei, più è la distanza del punto di visione e più piccola e confusa sarà la visione stessa, fino appunto perdere il concetto stesso del sapere come rispecchiamento di sé nell’eternità del divino e diventare progressivamente strumento pratico per alleggerirsi la vita, tecnica e poi tecnologia pura.  Quando un greco pronunciò la frase: “Panton ton krematon o antropos metros esti” (di tutte le cose l’uomo è misura), la Grecia era morta, i suoi Dei erano spariti per sempre.

Non per niente nella Bibbia stessa si narra che ci fu un tempo in cui Dio passeggiava per il Paradiso terrestre e si mostrava di persona ai primi uomini. Parlava vis à vis con loro e dava loro ordini certi. Poi accecati dal proprio essere se stessi, ossia dal volere il proprio io in cima all’essere, persero di vista Dio. Nessuno lo incontro mai più di persona, qualcuno diceva di averlo udito, di avere ricevuto ordini e profezia, ma chi poteva saperlo quanto fosse cosa indubitabile? Infine, come gli Dei di Grecia, anche questo Dio s’inabissò completamente non solo alla vista, ma anche all’udito degli uomini, e ovunque iniziò il tempo dell’umanità cieca e sorda, ma autorealizzativa …..

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