A VOLTE ANCHE I BURINI VINCONO

Avete in mente l’Egitto di Cleopatra? Ebbene non è come ve lo hanno raffigurato al cinema, non è come per lo più ce lo si immagina. Non è, per intenderci, l’Egitto dei Faraoni e delle Piramidi. Non che questo mondo fosse scomparso, ma non aveva più nessuna influenza politica e culturale sul regno macedone che reggeva la terra del Nilo. L’antico Egitto era relegato in campagna, dove si continuava a produrre enormi surplus agricoli che rendevano ricchissimo il regno ellenistico dei Tolomei. Ma non si costruiscono più piramidi, non si imbalsamano cadaveri regali, si elevano, invece, templi agli dei della Grecia, si costruiscono arsenali dove vengono varate le più avanzate trireme del mondo antico, dove si parla greco e dove si discute di filosofia per strada, dove si assiste a spettacoli teatrali tratti dalle antiche tragedie ateniesi o dalle più leggere commedie degli  autori ellenistici. E’ l’Egitto del delta, dove sorge Alessandria, la più grande capitale del mondo antico, molto più grande e più smart di Roma, qualcosa insomma di molto simile ad una sorta di matrimonio fra Parigi e New York. Al confronto, Roma è Mosca. Alessandria è la capitale intellettuale, scientifica, tecnologica ed economica del mondo antico, del mondo ellenistico, ossia, di qualcosa che potrebbe essere paragonato a quello che, nel senso comune, la gente chiama “Occidente”. Qui il re ha istituito il “Museo”, che non ha  nulla che vedere con quello che oggi chiamiamo abitualmente con questo termine. E’ una sorta di sintesi fra il MIT bostoniano e la Sorbona. Qui il re ha fatto confluire e stipendiato matematici, astronomi, architetti, medici, filosofi, grammatici, da tutto il mondo. Qui si costruiscono le più straordinarie macchine che il mondo antico ha saputo progettare, soprattutto quelle da guerra o per navigare o per costruire ponti, palazzi, mura, e che i Romani, come i Giapponesi, hanno copiato paro paro, ben consapevoli della loro importanza, qui è stata calcolata con esattezza la distanza del sole dalla terra, qui il sistema di classificazione naturalistica ideato da Aristotele ha trovato la sua più perfetta realizzazione empirica, qui i filosofi mostravano una netta inclinazione per le idee relative alle scienze e alla logica, lasciando l’etica, l’estetica, la metafisica al mondo improbabile degli affabulatori.  Accanto al Museo, la Biblioteca, pensata come il contenitore ideale di tutta la memoria culturale del mondo. Su richiesta del re, venne istituita la commissione dei 70, ossia dei settanta giudei inviati da Gerusalemme, massimi esperti di cose religiose ebraiche e incaricati di vagliare le traduzioni della Bibbia in greco, per arrivare a quella perfetta, da conservarsi poi nella Biblioteca per essere messa disposizione degli studiosi da tutto il mondo. Non a caso qui, ad Alessandria, operava Filone, un ebreo che si era dato un nome greco, e aveva elaborato un’interpretazione della Scrittura che si adattava perfettamente, come un guanto, alla concezione greca di Dio e della vita.  Era un mondo multietnico e multiculturale che, come oggi, considerava ‘buone’ tutte le espressioni culturali del mondo, tutte degne di spartirsi un posto su di un piano pari considerazione fra gli scaffali della Biblioteca.

Dall’altra parte del mare, sotto i bricchi dell’Appennino centrale, sotto le montagne dei pastori d’Abruzzo, accanto agli  indomabili Sanniti, vicino agli allucinati e carnali Etruschi, c’erano loro, i burini,  i Romani insomma, quelli, che fra una guerra e l’altra, si divertivano alle corse delle quadrighe al circo o a vedere i condannati sbranati dalle belve; quelli che il massimo nella vita una cena da re presso un importante signore della guerra con in prospettiva una trombata con una troia da leccarsi le dita, il tutto fra barzellette oscene, canti da osteria, rutti e scoregge.  I Russi, erano i Russi.

Cesare rimase abbagliato da Alessandria e pensò il suo modello politico e culturale come quello che avrebbe dovuto governare il ‘suo’ impero mediterraneo. Se non fosse stato così bizzarro da indicare come proprio erede un ragazzino suo lontano parente, invece che, come naturale e giusto, Marco Antonio, l’uomo a lui più vicino mentalmente e politicamente, e come lui, del tutto convinto di un mondo mediterraneo governato in modo ‘alessandrino’, con ogni probabilità, oggi Roma sarebbe ricordata come una città di provincia di un più vasto impero che avrebbe avuto il suo centro sulla sponda orientale del Mediterraneo e sarebbe poi crollato nel giro di qualche anno a causa dei Persiani (leggi, i Cinesi).

Ma i burini ebbero invece un capo, un enorme capo per intelligenza, determinazione, spietatezza, Ottaviano Augusto, che si fece interprete del mondo dei sovranisti latini, peligni,  marsi, irpini,  etruschi e, infine, anche galli, tutti quelli in Italia disposti a morire con le spade in mano, pur di continuare ad essere i burini che erano.

Erano dei sovranisti incalliti e bestiali. Era attaccati alle loro cosucce da quattro soldi, ai loro linguaggi primitivi, alle favole e alle credenze ridicole della loro gente e della loro terra. Erano attaccati alle loro piccole cose, soprattutto al loro usuale modo di vivere la vita e pensavano – pensa un po’ – che un uomo che se lo fa mettere nel culo era un greculo del cazzo e non uno di loro. Erano attaccati alle cose, alla loro terra, ai beni materiali che dava, al piacere di avere e non di essere. Essere che, se non hai un cazzo?

Ottaviano Augusto ha saputo dare a questa selvaggia e formidabile volontà di vivere, la disciplina e l’organizzazione perfetta per vincere, e ha vinto. I Russi hanno vinto e così non sono arrivati i Cinesi a prendersi tutto, i Nigeriani non hanno invaso la Gallia e la pianura padana, e a Roma, e di riflesso in tutto in tutto il mondo, si continua, almeno fino ad oggi, a mangiare, trombare, raccontare oscenità, ruttare e scoreggiare come piace a noi Romani.

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