LA Sanità Totale

Ho fatto la mia prima esperienza di internato in una istituzione totale, un ospedale e centro di riabilitazione. Qualcosa da descrivere perché è una delle relazioni strutturali che schiacciano gli uomini oggi ridotti a cosa biologica, dopo che l’anima o almeno la soggettività del loro io gli è stata ritirata dal sapere del razionalismo tecnicista.

In realtà avevo esperienza, poco più che ventenne, di un’istituzione quasi totale, l’esercito di leva. Dico quasi totale, perché se in linea di principio avrebbe voluto controllare totalmente tutti quelli che erano compresi dentro di esso, in realtà non aveva lo strumento chiave per riuscirvi: la penetrazione ideologica nella testa di tutti, per ottenere il loro incondizionato consenso e sentirsi parte di quella istituzione. Non solo da parte dei soldati, ma io credo anche da parte degli ufficiali.
Si trattava del celebre 17º reggimento di fanteria corazzata “Acqui“ conosciuto anche come “i fanti di Cefalonia”, di stanza a Sulmona sotto la Maiella. Un reggimento punitivo o di disciplina, comandato da ufficiali falliti e perciò incattiviti con la truppa. Tuttavia non potevano riuscire a generare una situazione di completa dipendenza e dunque sottoporre adcogni loro arbitrio i soldati per il semplice motivo che questi tutto avevano in mente meno che il 17º potesse rappresentare qualche bene per loro. Che farne parte fosse motivo di orgoglio. Che in ogni caso rappresentasse un mondo a sè dal quale mai sarebbero usciti. La truppa tutto aveva in mente meno che la disciplina, le sorti, l’efficienza del reggimento. Se poteva, sabotava tutto quello che capitava a tiro, in particolare la frizione delle auto e dei camion. Per altro gli ufficiali sapevano che qualunque soldato se avesse saputo di farla franca, non si sarebbe fatto scrupolo a far partire un colpo dal fucile col quale prestava la guardia notturna verso la testa di un tenente troppo lento a rispondere alla parola d’ordine.
Dunque si trattava piuttosto di una prigione temporanea, ma non di un’istituzione totale. Il suo unico e vero centro di equilibrio era infatti la semplice sproporzione fra le forze in campo. Comandavano perché avevano la frusta in mano, ma non manipolavano nessuno. Ti cade la frusta e sei morto. Era soltanto un’istituzione coercitiva e violenta.
Un’istituzione totale è qualcosa di radicalmente diverso. Molto più violenta di un battaglione disciplina, trova la sua sostanziale verità nel rubare l’anima di chi risucchia nella sua bava.
All’ospedale diventiamo tutti “cari“, ci chiamano sempre “caro”, dai medici, gli infermieri, ai pulisci merda. Il tono è dolciastro, quello che si usa con i neonati in carrozzina. Naturalmente è una strategia ben collaudata. Sentirsi coccolato, ti predispone alla capitolazione e la capitolazione avviene quando, per ragioni di “sicurezza“, ti vietano di andare in bagno e ti costringono in un pannolino a pisciarti nel letto. Inizia così la sua trasformazione in corpo inerte al servizio della medicina totale. Il fatto fondamentale, in questo contesto, diventa individuare e capire chi è in realtà il soggetto della diagnosi e della eventuale prognosi. Oggi è un apparato di macchine alle quali in un modo o nell’altro questo corpo inerte è collegato. Il medico, o meglio i medici, perché sono molti intorno allo stesso corpo, ciascuno di essi in vista di una determinata specializzazione, di cava (ti fa cavare da un’infermiera) un po’ di sangue, ti fa pisciare in un vasetto, ti fa sottoporre a questo o quel esame, realizzato molto spesso con macchine che sembrano l’anticamera di un volo spaziale. Non ti dicono cosa esaminano, e quando anche te lo dicono non ti ragguagliano sui risultati se non in termini vaghissimi. Il silenzio totale, dettato forse da incertezza oppure, più probabilmente, da una precisa strategia di sottomissione del paziente ad un’idea di abbandono fiducioso a quello che è il suo bene e che l’apparato ha invariabilmente delineato. La cura dunque essenzialmente segreta e richiede una completa fiducia in quello che ti viene ammannito. Non esiste reale dialogo, perché anche quando lo chiedi ti viene detto che tutto va bene in ogni caso quello che prendi è quello che devi prendere. Del resto è evidente che la terapia è ben oltre quello che è un singolo medico potrebbe stabilire; è il risultato di un puzzle ricavato dalle risposte che la macchina ha dato riguardo ai singoli quesiti che il tecnico medico gli ha posto. Sei insomma nelle mani di un sistema totale, il cui cervello centrale un macchinario in gran parte informatizzato. Ed è questo che ti costringe a perdere qualsiasi soggettività e trasformarti in un corpo inerte a disposizione dell’apparato. Per inciso qualcosa di molto simile ad un processo inquisitoriale. Se il medico tace, il vero lavoro sporco, quello che ti riduce a corpo inerte, è demandato alle infermiere e agli altri inservienti. Se mostri autonomia e voglia di fare da te, ti guardano storto e cercano di reguardirti. Se invece ti lagni, ti lasci andare nelle loro mani, lasci che ti frughino in ogni parte intima, ti fai lavare, imboccare e persino rompi i coglioni chiamandole di continuo per avere questo o quello, allora accorrono sorridenti e amorevoli.
E così alla fine ti devi rassegnare a quello che il sistema medico ha stabilito tu devi essere: non più un soggetto che prende coscienza del suo male e decide come affrontarlo non solo dal punto di vista terapeutico, ma anche e soprattutto come scelta morale per dare un indirizzo piuttosto che l’altro al tuo vissuto, ma un minore che non solo deve senza discussioni seguire quanto prescritto e prendere in considerazione che curarsi come vuole il sistema è praticamente un obbligo di legge. La cura è dunque oltre che un fatto fisico un dovere morale che ti obbliga verso la società. Insomma dove non sono arrivati gli ufficiali del 17* , è arrivata la macchina del sapere medicale, e, più ancora, il regime di disciplina con cui ha ottenuto la completa riduzione della persona a corpo puramente biologico. È questo il vero segreto che regge l’intero ordine che rende possibile la società del controllo: la riduzione del subjectum ad objectum, res extensa.

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