Quando la civilizzazione greco-romana perse ogni energia e spinta verso l’altro, si ritrasse in se stessa e iniziò un lungo processo di senescenza involutiva che la portò alla sua dissoluzione. L’impero romano non crollò, semplicemente si estinse, qualcosa di simile ad un colore su di un tessuto che, a lungo andare, perde prima lucentezza, poi intensità e, infine, sparisce quasi completamente, lasciando come un’ombra di sè sul tessuto.
La stessa cosa sta accadendo a quella che genericamente viene definita la civiltà “occidentale” sebbene nessuno si prenda la briga di chiarire cosa s’intenda con essa, se non il fatto che è il mondo nel quale adesso siamo situati. Quello che comunemente si definisce civiltà “occidentale”, non è assolutamente il mondo della civiltà cristiana medioevale, che ebbe il suo momento di splendore culminante intorno al Mille e poi un lento sfumare fino al secolo XVII, quando una nuova forma di civilizzazione si sostituì ad essa, quella della tecnicizzazione del sapere e, in parallelo, quella che sviluppò la religione della società e del suo progresso. Naturalmente l’antica civiltà giudaico-cristiana rimase, come un’ombra di colore sul tessuto, dietro di essa, esattamente come accadde al mondo greco-romano nel Medioevo (non dimentichiamo che Carlo Magno si considerava un legittimo imperatore romano e il restauratore dell’antico impero, così come un presidente degli Usa ancora negli ’50 poteva ritenersi un uomo al servizio di Dio per decreto biblico). Tuttavia si trattava di un altro mondo i cui fondamenti metafisici, etici ed estetici non avevano più nulla a che fare con il mondo delle Cattedrali.
Il nuovo mondo ebbe il suo trionfo e momento culminante con l’industrialesimo ottocentesco. Fu il suo momento di ubriacatura, quando si pensò che finalmente si era arrivati alla quadratura del cerchio. L’esserci non aveva più mistero alcuno; la scienza era la capacità di stabilire in definitivo cosa fosse un “fatto” e cosa no e, appurato questo, il sapere scientifico era la facoltà di mettere ogni fatto in relazione diretta o indiretta con tutti gli altri fatti. Lo scopo della scienza, tuttavia, non è solo quello di stabilire cosa è reale e cosa no, ma attraverso la scoperta delle relazioni causali fra fatti, creare un meccanismo strumentale che permetta di mettere al servizio dell’uomo la fattualità stessa delle cose. In altre parole, scienza e tecnologia altro non sono che le due facce di un atteggiamento positivo verso il sapere, quello che permette di operare concretamente nella realtà materiale delle cose e trasformarla secondo un progetto razionale. Dal punto di vista etico il concetto di fondo che guida questo universo religioso è quello di “emancipazione”. Ci si emancipa in primo luogo da forme arcaiche di pensiero e ci si libera delle superstizioni; ci si emancipa dalle credenze sociali che si sono ereditate, ovvero le divisioni e le contrapposizioni sociali millenarie fra ricchi e poveri, fra sapienti e idioti, fra donne e uomini, fra padri e figli. Tutto questo viene valutato come il risultato di povertà di mezzi scientifici e di conseguenza di risorse tecniche e materiali per realizzare un sistema sociale basato sull’equità, cioè sull’eguaglianza universale di mezzi, di accessi, di desideri. Infine ci si emancipa dalla natura stessa, stabilendo che tutto non è altro che caso, ma la volontà di potenza umana ha la possibilità di volgere anche il caso a propria misura e dunque trasformare la casualità naturale in un risultato progettato a tavolino. E’ in questo contesto che sorgono le “scienze umane”, ovvero degli ambiti ideologico/religiosi, che in sintonia con la fisica, la chimica, la biologia, stabiliscono il modo vero, cioè scientifico, di concepire l’uomo, la storia, la società, l’economia, il modo giusto di educare, di insegnare, di conoscere.
Bene quest’ambito religioso, ossia la civilizzazione che ha fatto della società e della conoscenza scientifica dell’uomo, il credo di fede al quale ha assegnato l’universale senso ultimo dello stare al mondo, sta rapidamente involvendo e deflagrando, esattamente come avvenne con la nascita dell’Impero romano che, realizzato, decompose la forza e la ragione vitale con la quale lo si era costruito, lasciando vinti e vincitori privi di tutto, ossia di una qualunque ragione incontestabile per la quale valesse la pena vivere. Tutti nudi e crudi, dagli imperatori all’ultimo degli schiavi.
E’ nel contesto depressivo della “pax romana” che avviene l’involuzione dell’impero e la trasformazione dei suoi valori e istituti giuridici fondamentali.
E’ nel contesto di un mondo che ha incontrato il suo limite materiale e spirituale che vengono infranti almeno due dei fondamenti etici che reggevano la romanità. La prima è l’eguaglianza di ogni cittadino di fronte alla legge; la seconda il dovere morale di ogni cittadino all’ascesa sociale e politica.
Gia a partire dai scritti giuridici di Ulpiano e Papiniano, vale a dire dall’inizio del III secolo, la società romana viene sistemata istituzionalmente, vale a dire in termini giuridici, in una crisalide immobile nella quale non ci sono sono differenze di appartenenza, tutti sono cittadini per diritto di nascita (si parla di romani e provinciali, non di cittadini e di servi), ma al tempo, appartengono a due caste differenti, quella degli honestiores, vale a dire di coloro che si fanno carico degli altri, li sostengono, li guidano, li dirigono e gli humiliores, ossia coloro che non sono né materialmente né mentalmente in grado di provvedere a se stessi e dunque devono farsi guidare da coloro che possono e sanno. E’ clamoroso il fatto giuridico che non solo rileva e sancisce la situazione di casta, ma provvede ad essa con con imputazioni e pene specifiche. Se il titolo di cittadino di romano valeva universalmente come diritto a non subire tortura e pene corporali (flagello, croce, catene) ora esso vale solo per gli honestiores, mentre gli humiliores possono essere torturati legalmente per ottenere una confessione, flagellati, crocifissi. Esattamente come oggi insistere sulla nostra eguaglianza universale altro scopo non ha se non quello di riservare un trattamento giuridico e penale alla gente qualunque, quale lo si riservava solo agli schiavi di colore. Ecco perché associano sempre un uomo di colore a beni di consumo di massa. Per convincere il tuo subcosciente che sarai trattato come loro un tempo, essendo tu eguale ad essi.
La consonanza della civiltà del macchinismo tecnologico con i secoli bui dell’impero è evidente. Ora come allora la carica energetica ed espansiva si è completamente esaurita. Il massimo che questa civilizzazione si prefigge è cercare di galleggiare quanto più a lungo possibile, come un rottame sul mare. Non riesce ad elaborare alcun significato al vivere se non quello di durare tanto per durare. Nemmeno il godimento materiale e i piaceri del corpo sono più, come un tempo, propagandati, la semplice durata in vita sembra essere l’unica ragione valida per continuare a respirare.
Il sistema ha raggiunto i suoi limiti. Non dispone più delle chiavi che lo resero potente, ossia lo sviluppo materiale e il compito di educare il mondo tutto alla religione della società e dello sviluppo industriale.
Ora resta solo una massa oceanica di humiliores che vivono e possono vivere solo grazie al durare stesso della macchina tecno/politico/industriale. Noi tutti abbiamo materialmente di che vivere perché partecipiamo alla distribuzione di pani che il sistema produce. Sia direttamente che indirettamente tutto quello di cui possiamo disporre viene dall’impero. Gli honestiores sono evidentemente quelli che controllano la macchina ed essa è un enorme agglomerato di funzioni; da quelle strettamente tecniche/macchiniste a quelle politiche a quelle ideologico/figurative. E’ un tutto solidale che oggi pretende, come facevano appunto gli antichi honestiores, che erano al tempo funzionari imperiali, possessori di immensi latifondi, gestori di industrie e miniere, armatori e distributori di sacchi di farina per incarico imperiale, amministratori di città e organizzatori di spettacoli, di guidare i pensieri, i desideri, i modi di vita dell’enorme turba di humiliores che mantiene e di cui, alla fine dei conti, non sa che farsene.
Ovviamente nessuno può cambiare in nessun senso la direzione di marcia che guida il sistema. Ma una cosa può fare e cioè vegliare e vigilare, perchè all’improvviso tutto potrebbe collassare e turbe impazzite di cani selvaggi iniziare a razziare il razziabile. Ma, ancora prima di questo, è essenziale salvare se stessi, ossia la propria integrità spirituale, il proprio essere se stessi e non cosa a disposizione degli honestiores.
In quest’ottica, non dobbiamo mai dimenticare le parole del Maestro: “quelli che si trovano in Giudea fuggano sui monti…chi si trova in un campo non torni indietro a prendersi il mantello” . (Marco,13,14-19)


