Racconta Porfirio che Plotino, gravemente malato nella villa campana dell’amico e discepolo Zeto, chiuse la sua vita con queste parole: “Cercate di congiungere il divino che è in voi con il divino che regge l’universo”.
In questa frase una sintesi mirabile della sua visione metafisica dell’essere e un implicito e conseguente precetto di ordine pedagogico e morale. Da un lato la comprensione dell’intero, dall’altro l’indicazione di cosa rende sensata la nostra vita.
La parola essenziale è ” divino”. Cosa significa, cosa vuol dire che una cosa è divina? Il divino è quello che non diviene. E’ ciò che non è soggetto alla trasformazione, al tempo. E’ ciò che rimane identico a se stesso, che non passa, che manifesta se stesso come permanenza e che dunque non è soggetto a causa, non può patire la spinta, lo spostamento, la fratturazione. Se non è soggetto a cause, è libero, causa se stesso come cosa eterna.
La seconda parola da prendere in considerazione è “universo”. Cosa è? E’ ciò che contiene tutto. Noi e tutto quello che è fuori di noi. Contiene anche se stesso? Certo, perché se non contenesse anche se stesso non potrebbe essere divino, giacché sarebbe contenuto in altro e da questo reso possibile, dunque causato. Ma in realtà noi non possiamo pensare una circonferenza che non possa essere racchiusa in un’ altra circonferenza; per altro verso, l’universo che percepiamo si presenta come una successione continua di eventi e trasformazioni, dunque in che senso l’universo è divino, cioè atemporale? Immaginiamo che sia non un insieme di oggetti esteriori ma uno specchio. Per quante siano le circonferenze che abbracciano altre circonferenze, tutte saranno eternamente comprese come immagine dello specchio che le riflette. E’ l’assenza di realtà cosale dello specchio, ossia il suo nulla di realtà materiale, che attiva la facoltà di specchiarsi delle cose facendole apparire a loro stesse come una ingannevole realtà materiale. La divinità dell’universo è questo eterno causare l’immagine esteriore dell’essere.
La terza parola da esaminare è “noi”, il divino che è in noi. Noi chi siamo? Apparentemente solo una delle tante immagini che si succedono nello specchio dell’eternità. Ma Plotino dice che in noi, dentro di noi, c’è qualcosa di divino. Non siamo noi ad essere divini, ma un qualcosa che custodiamo. Cosa? Il pensiero. Perché? Perché il pensiero ci unisce alla verità, ossia ci mostra l’eternità di ciò che non ha causa e dunque ci rivela che facciamo parte dell’eternità con la quale Dio ama, cioè pensa, il mondo, ovvero che c’è in noi qualcosa che non è determinato ma coglie in maniera determinante l’essere del mondo. Il pensiero è dunque il custode dell’essere, la sentinella che custodisce il bene dell’essere.
In quest’ottica lo scopo della vita non può essere che la ricerca del vero, perché solo dei pensieri veri sono grado di appagare di divino che è in noi, solo la ricerca di Dio la missione sensata per condurre una vita completa.
E per quanto riguarda tutto il resto? La gloria, la soddisfazione del corpo, il senso di pienezza di sé? La risposta è sorprendente e illuminante: un gioco senza realtà, ma adeguato e utile per chi ha troppo distratto il suo voler essere da ciò rende libero, cioè divino, il pensare.
Così la vita politica, sociale, le imprese, la soddisfazione dell’ego, la pienezza sensoriale, non sono da fuggire, ma sono solo semplici giochi di distrazione. Nè più né meno che delle recite teatrali nelle quale fingiamo di immergerci come se fossero le vicende vere della nostra realtà, che anzi, come tutti i bravi attori, con ogni mezzo facciamo lo sforzo di immedesimarci dentro di esse come se non fossero delle finzioni ma il nostro vero destino. Poi però dobbiamo arrenderci, per quanto facciamo non vediamo in esse un vero compimento di noi stessi, a meno di non essere rimasti fanciulli.

