Gira l’argomento di Pascal a favore del credere in Dio piuttosto che no. Ma è un argomento fallace, proprio perché il suo fondamento è l’utile. Credere in Dio è meglio che non crederci, perché sia che esista sia che non esista, in ogni caso faremo una vita migliore, giacché, anche se non esistesse, aver creduto nella salvezza in questa vita, ci farà condurre un’esistenza molto più piena di quella desolata dalla convinzione di essere solo polvere.
Cosa rende assurdo questo procedere? Supporre che credere dipenda dalla volontà. Immaginate di avere in tasca un biglietto della lotteria e convincetevi che è quello vincente. Dunque vi comporterete come se la somma fosse già nelle vostre tasche. Ma in realtà per quanto vi raccontiate, in cuor vostro, non siete sicuri che così sarà, giacché solo un pazzo potrebbe far debiti insostenibili, convinto di potere domani sostenerli. In realtà spera, non crede di aver vinto, ma il verbo sperare ha fra i suoi significati impliciti quello della non certezza del risultato finale. Si spera che qualcosa accada, ma nel momento stesso in cui si spera, si ammette che potrebbe avvenire quello che non vorremmo. Dunque la speranza porta con sé il dolore connaturato del dubbio, la non certezza che quello che vorremmo si avveri.
Credere, in qualunque cosa si creda, implica dunque la possibilità che il non creduto, sia a sua volta credibile. Credere è opinare che uscirà una combinazione e non l’altra, ma credendolo ammettiamo che la seconda opzione non è esclusa per principio.
In effetti il vero tormento nella nostra vita è trovare il modo di trasformare in certezze le nostre credenze e quasi tutto quello che sappiamo è pura credenza. Basta vedere quello che è successo con parola “scienza”. Con essa si è voluto intendere da epoca immemorabile, stabilire con certezza come e di cosa è fatto il mondo. Utilizzando la parola scienza si è messo su certe credenze una specie di cappello che trasforma la credenza in certezza. Eppure nessuno sa sul seri cosa e come è fatto il mondo. In epoche remote si diceva che fosse fatto di sogni oppure di piccole entità non ulteriormente scomponibili che si muovono a caso nello spazio vuoto. Cartesio trovò una formula logica molto raffinata a questa idea e Newton ci costruì il primo sistema omnicomprensivo di ordine cosmologico. Ma era tutto sbagliato. Quindi nessun spazio vuoto, nessuna inerzia, se non per casi insignificanti. E così oggi tutto quello che si sa è una continua serie di ipotesi che contraddicono altre ipotesi e nessun ‘scienziato’ di qualità oserebbe dire che le credenze a cui si affida sono lo stato di fatto oggettivo su cui si regge il mondo.
Dunque trasformare le credenze in certezze è l’impresa della nostra vita, anche nelle vicende più ordinarie e comune. Dice l’amante all’amata: “mi ami sul serio?” Perché questa domanda se non il fatto che crediamo, ma non sappiamo, e cerchiamo in qualche modo di trasformare la credenza in certezza.
Il fatto è che nelle cose di questo mondo c’è un solo modo per avere la certezza delle nostre credenze: attendere. Solo il passato ci dirà se quello in cui abbiamo creduto era cosa vera. Per il futuro la credenza non può essere che speranza. Per questo i maestri non hanno mai detto: obbedire, credere, combattere; bensì: abbi fede, sii speranzoso, sii caritatevole.
E’ la speranza che ci salva, non la credenza, che anzi trasforma l’incertezza il più delle volte in fanatismo, ovvero rifiuta ci accettare la natura stessa del suo credere, che è opinare e dunque incertezza, per fare della credenza qualcosa di indubitabile che solo metterlo in discussione impone la condanna di chi osa.
Ma c’è un vero argomento che sostiene la speranza e non la rende vana. Il fatto che l’esistenza, o se vogliamo, il vedere il mondo e sapere di esserci dentro è cosa talmente fuori da ogni possibilità di dare al fatto una qualunque risposta sensata, qualunque ragionevole spiegazione, che qualunque cosa possa riservarci il futuro sarà di sicuro meno folle e impossibile che avere passato l’esperienza di essere nel tempo.


