La nozione più potente che informò la civiltà greca fu quella di ‘tragico’. È l’ idea che avremo quello che vogliamo solo passando attraverso quello che non vogliamo. Per andare a Troia Agamennone deve uccidere sua figlia. Entrare trionfante, come re, a Tebe, avendo vinto la sapienza della Sfinge, significa non sapere di dover così generare una stirpe maledetta. Amare gli uomini è condannarsi alla croce.
Il tragico è dato dal ‘fainesthai’, dal mostrarsi, o meglio, dal ‘luccicare al sole’ delle cose. La configurazione di cose che vediamo è solo un gioco di luce, la sua realtà apparente, giacché è proprio del carro del sole muoversi lungo la volta celeste e la luce del mattino volgersi in quella della sera. Nulla rimane eguale a se stesso; meglio ancora, nulla è se stesso perchè è solo la luce che al momento lo illumina. Non sappiamo cosa sottende quello che vogliamo, perché alla luce del mezzogiorno non sarà più quello che ci apparve al mattino; non ci da pace quello che abbiamo voluto, perché quello che ci appare adesso di noi, non è quello che ci apparve quando lottammo per quello che avremmo voluto. È l’ idea gnoseologica diametralmente opposta a quella del cosiddetto “relativismo” dei nostri giorni, la quale sostiene che tutto è vero, perchè tutto è esattamente quello che è, ossia l’apparire coincide con l’essere, giacché il vero è senza spessore, ma solo uno sfondo piatto uniforme che sostiene tutto allo stesso modo (mathesis).
Il tragico ci annuncia il limite invalicabile del mondo, ossia l’impossibilità di qualsiasi azione risolutiva, di qualsiasi stato finale, perché non abbiamo nessuna idea realmente finale o definitiva grazie alla quale dare ordine e pace al mondo. Per questo la guerra è lo stato di fatto delle cose, specie quella che ci costringe ad essere nemici di noi stessi se vogliamo conservare la decenza di non esserci arresi. Il tragico è un’idea generata dalla luce del Mediterraneo a mezzogiorno, è l’effetto di una abbacinata sorpresa, quella negli occhi degli uomini del Baltico, quando, ad ondate, scesero lungo la pista aperta dagli Achei, seguendo il volo degli uccelli cari agli Dei delle case di ghiaccio. Occhi abituati ad una eterna penombra, a vedere i contorni delle cose per mezzo della luce riflessa dalla luna sui ghiacci, dovendo indovinare cosa fosse ombra e cosa fosse anima e vita. A mezzogiorno, sull’isola di Kreta, Apollo per un istante ferma il suo carro. Allora tutto tace, tutto rimane immobile, e come in una sfera di cristallo ogni cosa senza ombra alcuna si mostra nella perfezione dei suoi contorni. Dall’estremo scoglio della Lakonia, i Dori videro, nel mare immobile di mezzogiorno, i pesci e i delfini luccicare di argento ai raggi del sole, come scolpiti nel metallo di un grande cratere per il vino, i gabbiani inchiodati per le ali sul tetto curvo del cielo, le aquile sul monte Athos, come dipinte sulle rocce dove il loro nido. E dissero: “Tò estì kalòs, tò estì agathos”. È come deve essere, è senza difetto. Un attimo dopo il ronzio del motore che tiene in vita le cose aveva scosso mare e cielo e il grido delle aquile avvisava che niente era fermo. Niente è quello che sembra e l’eternità della luce senza ombre che conserva tutto come deve essere senza difetto, ossia il bello e il buono, non meno ingannevole dei riflessi luminosi della luna sui ghiacci del nord, che mostrano draghi dove ci sono pietre e fate dove ci sono streghe.
Il tragico è dunque essere costretti a vedere quello che si vuole vedere, pagando il prezzo di quello che non si lascia vedere. La storia degli uomini è l’amaro risveglio di coloro che sanno di sapere cosa è bene volere per non rimanere delusi da quello che si vuole. Per noi Greci, per noi Latini, per noi Sassoni, per noi Gothi, quest’idea decisiva di come gli Dei governino la mente degli uomini fu raccontata per la prima volta ad Atene da uomini ispirati che la misero in musica e la mostrarono con la forza delle vicende che affaticano l’anima degli eroi. I Latini la tradussero in un racconto religioso che chiamarono Cristianesimo. Ed infine i Franchi, i Sassoni, i Gothi la fecero loro per istinto di sangue e l’affidarono ai migliori, quelli che, separati dagli altri, di notte, ogni notte nel cuore della notte, si alzavano a cantare, come ad Atene, in coro, affinché d’ inganno in inganno, almeno non ci ingannassimo sul fatto che gli Dei ci stessero ingannando.



