La Provvidenza

Esiste la Provvidenza? E’ un discorso enorme al quale ci si può avvicinare solo con estrema cautela. Consideriamo le seguenti proposizioni. “Dio esiste dunque le cose sono come sono”; “Dio non esiste e le cose sono come sono”. In un caso o nell’altro Dio è inessenziale per un osservatore esterno. Sia che abbia ordinato il mondo secondo un suo causalismo a noi sconosciuto sia non esita e dunque non abbia fatto nulla, per chi osserva dall’esterno, non cambia nulla. Che Dio ci sia o non ci sia, le cose sono come sono. Se le cose sono come sono per loro oggettiva necessità, sia che ci sia un architetto, sia che non ci sia, la cosa non cambia per chi abita quella casa. La realtà o la irrealtà di Dio è irrilevante, la casa sarà in ogni caso come la si percepisce e chi la abiterà, la abiterà secondo i modi e le necessità che la tengono assieme e le danno forma.
Questa fu la visione di Dio di buona parte del pensiero Greco, in particolare di Aristotele. Dio esiste perché è l’unico modo per poter spiegare il mondo e il suo moto in divenire. Ma Dio può essere pensato solo come causa di sé, come qualcosa che non determinato da altro che da sé, dunque non può contenere né materia né movimento, può essere solo atto che mette in azione se stesso, non può essere una causa efficiente che dà una spinta al mondo, ma una causa che si risolve in se stessa e solo per riflesso, spinge il mondo a muoversi verso Dio. Dio è pensiero di pensiero. L’azione di Dio è pensiero che si risolve nel pensare il pensiero. In questo contesto, Dio non sa nemmeno che il mondo esiste, non può saperlo perché se lo sapesse non sarebbe più Dio cioè perfetta immobilità che contempla se stessa, azione che il cui inizio e il cui termine coincidono, l’eternità nel suo concetto. Aristotele contraddice se stesso, quando ammette che l’uomo, attraverso il pensiero, partecipa della natura di Dio, ossia l’intelletto attivo è parte dell’intelletto di Dio. Ma la questione ci porterebbe lontano. Il concetto di base è l’estraneità di Dio alle vicende del mondo, di cui non può sapere nemmeno l’esistenza. Stabilire se Dio esista e quali proprietà abbia era nel contesto teoretico aristotelico esattamente come in fisica sapere che la luce ha una velocità determinata e dunque saperlo ci permette di definire meglio le proprietà della materia.
Eppure è proprio il mondo antico che elabora il concetto di Provvidenza e non il Cristianesimo che lo rileva dai pensatori greci e latini. Lo Stoicismo in primo luogo, secondo il quale le cose si dispongono secondo un preciso progetto divino, dunque Dio non solo sa del mondo, ma lo vuole come lo vuole, impedendo che il male, cioè la folla, la barbarie, l’ignoranza, la superstizione, l’irrazionalità, possa avere la meglio (l’immagine che offre in merito è quello dei due cani legati dietro un carretto. Il carretto è la metafora della forza progettuale con cui Dio dirige il mondo, l’insieme delle leggi che di necessità guidano il processo naturale e storico, i due cani rappresentano l’uomo razionale e quello irrazionale. L’uomo razionale comprende la propria posizione nel mondo e la necessità delle leggi che lo guidano, dunque segue di buon grado il cammino del carretto; l’uomo irrazionale segue non la ragione ma le sue passioni, i suoi sentimenti, i suoi desideri, dunque punta le gambe, fa resistenza al moto del carretto, cerca di mordere la corda che lo lega adesso. Il risultato è che in ogni caso farà lo stesso percorso voluto dal carro, soffrendo e penando e magari finendo strozzato).
Ma il concetto di Provvidenza trova la sua più convincente espressione nelle filosofie neoplatoniche e in Plotino in particolare. La domanda centrale che queste filosofie si pongono, detta in modo semplice, è: perché il mondo esiste? E, di seguito, cosa chiede Dio al mondo? La risposta che danno è che il mondo esiste perché è lo specchio nel quale Dio si riflette; esiste non per caso ma perché Dio vuole conoscere se stesso. O meglio conoscere, desiderare di conoscere, è l’essenza stessa di Dio e di riflesso del mondo che è estrinsecazione del modo in cui Dio ha nozione di sé. In quest’ottica, diventa chiaro quale sia lo scopo della vita umana: conoscere, o meglio contemplare Dio; giacché questa contemplazione non è un capriccio arbitrario o una consolazione dell’uomo, ma la ragione stessa per la quale il mondo è creato ed è creato affinché qualcuno ne possa fare esperienza e dunque conoscerlo, conoscendo così, indirettamente Dio. L’ape si che posa su di un fiore e ne sugge il nettare, che altro fa se non, con i suoi misteriosi organi di senso, esprimere in un certo modo la conoscenza di uno degli infiniti modi in cui Dio esprime se stesso? E l’uomo, allora, che altro compito ha, visto che possiede la facoltà di pensare cioè di riflettere (come Dio, che è riflessione assoluta) se non quello di contemplare Dio? Lo scopo della vita è allora ben chiaro, è la conoscenza di Dio che, ovviamente, non può essere conosciuto con una serie di astratti sillogismi o ragionamenti teoretici, ma per intuizione estatica dell’eternità, del senso finale con cui ogni cosa trova il suo inizio e la sua ragione eterna di essere.
E così arriviamo alle due domande iniziali. Dio è essenziale all’uomo, perché l’uomo è essenziale a Dio. La Provvidenza è questo, è il desiderio o, se si preferisce, l’amore di Dio di cogliersi attraverso un’immagine di sé e dunque di farsi corpo e sangue; e, allo stesso modo, di risalire dal minimo al massimo, ossia dal particolare all’universale, dall’occasionale al necessario, da ciò che si muove a ciò che non muta.
Non si deve pensare alla Provvidenza come a un intervento di Dio nel mondo ad aggiustarne di volta in volta le magagne. Dio provvede al mondo nel senso che da sempre ha previsto tutto, come pensavano di Stoici, dunque anche il cane che non seguirà di buon passo il carretto. Potrebbe dunque essere che il cane, nella sua rabbia nell’opporsi al moto del carretto, lo faccia saltare in aria. Ma in realtà, è già tutto previsto. Non è saltato in aria niente, perché dietro l’immagine del modo di cui siamo coscienti, c’è un’altra perfettamente identica, e poi un’altra e poi ancora un’altra e così all’infinito.

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