CARTHUSIA (In questo mondo essere santi non è sufficiente a essere  santi)

San Bruno da Colonia fu magister theologiae alla scuola cattedrale di Reims. Era circondato da un’infinita ammirazione dai suoi allievi, fra i quali Ugo che, divenuto vescovo di Grenoble, gli offrì un luogo totalmente isolato nel deserto montano della Chartreuse (da cui appunto il termine Certosa e Certosini), ove ritirarsi insieme ad alcuni fra i suoi più stretti seguaci ed erigere una comunità monastica, votata totalmente alla preghiera, all’isolamento individuale, alla ricerca del volto di Cristo, ossia alla contemplazione della verità,  che solo nel silenzio più profondo dell’anima si poteva sperare di cogliere.

Qui Bruno e i suoi compagni costruirono le loro prime capanne intorno ad un spazio quadrangolare vuoto che fungeva da primitivo chiostro. Ed è comunque da ricordare che, quando più avanti sorsero decine e decine di certose costruite in pietra o mattoni, questa primitiva disposizione rimase sempre identica come segno distintivo della architettura certosina.

Dopo sei anni di vita eremitica, Bruno fu chiamato a Roma da un altro suo antico allievo, Eudes de Chatillon, divenuto papa col nome di Urbano II, affinché gli fosse di aiuto e consiglio. Bruno obbedì per spirito di umiltà, ma la vita della curia romana gli risultò insopportabile e chiese al papa di poter tornare alla sua vocazione monastica. Urbano II acconsentì a questo suo ardente desiderio e gli offrì, come luogo di romitaggio, un’ampia vallata deserta in Calabria, nelle vicinanze di Catanzaro, che divenne poi il monastero di Serra San Bruno, oggi ancora attivo.

Bruno morì nel 1101 senza lasciare una regola scritta, ma solo lettere e brevi memorie che però diedero ai suoi successori modo di stabilire una regola comune per tutte le abbazie certosine.

Ad ogni modo, il modello di vita del monaco certosino è così semplice ed essenziale che la regola stessa appare soltanto come una sorta di convenzione per interferire il meno possibile nel processo di ascesi individuale. Il monaco certosino è, infatti, un eremita che ha fatto la scelta estrema di misurare fino in fondo, per mezzo della solitudine, la distanza della sua anima da Dio.

Il deserto non è, infatti, il semplice allontanamento dalle tentazioni del mondo, bensì lo strumento per poter ascoltare tutte le vibrazioni nascoste della propria anima, per avvertire il sussurro interiore che deve manifestarci il Dio nascosto che vive nel segreto della nostra interiorità.

In questo senso, la vocazione certosina è quella delle excubiae divinae, le veglie divine, ovvero dell’attesa del manifestarsi in noi del Cristo. Per questo dunque la vita del certosino è essenzialmente preghiera e, in particolare preghiera notturna. Per questa vocazione monastica le parole di Cristo, la notte precedente alla Passione: “Non siete capaci di vegliare un’ora con me?” risultano decisive. Il certosino veglia nella speranza di incontrare Cristo, una volta che ha svuotato la sua anima di tutto ciò che inessenziale, di tutto ciò che vacuo, illusorio e peccaminoso.  La sua vocazione è questa attesa, dopo avere cancellato il mondo dentro di sé e se stesso a se stesso.

E’ una vita in apparenza totalmente contemplativa, in realtà assolutamente attiva, perché, come afferma Guigo, il quinto priore dell’ordine: “sic est continua in otio, quod numquam est otiosa” (così è – la nostra vita – un continuo ozio, sebbene sia mai oziosa). Non è un paradosso. Il certosino con la continua preghiera, la veglia, la lettura conduce una battaglia continua contro tutti i limiti e tutti i lati oscuri della sua anima affinché finalmente il volto di Cristo gli si mostri in tutta la sua verità. E in principio la solitudine, il silenzio, la noia non sono affatto gratificanti. Sono invece l’incubo che conduce alla più intima disperazione, giacché essi ci mostrano tutto quello che non vorremmo sapere di noi, delle nostre debolezze e perversioni e, al tempo, non ci rivelano alcun Dio, anzi ci portano a dubitare che ci sia alcun Dio. Solo dopo avere superato, se ci si è riusciti, la prova, solo allora il silenzio, la solitudine, l’assenza totale di stimoli divengono quel porto di tranquillità dove, divenuti altri, vediamo la vera e riposta immagine di Dio.

E qui incontriamo la più sublime e feconda delle contraddizioni. Il certosino lotta per rimuovere da sé il mondo, ma lo può fare solo con l’aiuto del mondo. Grazie al sostegno che gli dà il mondo, può cercare di porre fine alla sua dipendenza dal mondo. L’ordine si divide infatti in tre gradi: i patres, ossia i monaci in senso proprio, che vivono isolati ciascuno nella propria cella e sono sacerdoti in senso pieno; i frates che sono laici che tuttavia hanno assunto alcuni voti devozionali e hanno come scopo tutte le incombenze materiali (preparazione del cibo, la cura degli animali, la cura e le  riparazioni delle strutture monastiche) che rendono possibile l’isolamento dal mondo dei patres; infine i donati, che sono dei fiduciari laici a cui sono affidati i beni materiali del monastero, campi, boschi, miniere, in modo che vengano messi a frutto e diano una rendita.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *