
Mai più di cinque, del resto la piccola sala, legno carta tela, non avrebbe potuto ospitarne di più. Tutti inviati personalmente dal maestro. Avrebbero atteso per un poco fuori, in una specie di porticato dove terminava il sentiero, marcato dagli aghi di pino, attraverso il giardino che mimava un boschetto di rocce, muschi, querce, pini.
I colori delle vesti, come ogni altra cosa, erano essenziali: il nero certamente, non quello scintillante della lacca, ma quello opaco del carbone; il nocciola; il tortora; il grigio del ferro; il marrone della castagna. La spada l’avrebbero lasciata sulla rastrelliera, accanto alla porta d’ingresso. Non era ammissibile all’interno della sala del tè, non perché fosse il segno iniquo della guerra, ma perché la cerimonia aveva come scopo vedere cosa vi era oltre la guerra, ossia oltre il vortice del nascere e morire, il cui correre avviene lungo il filo di una spada.
Dentro si sentivano i rumori che seguivano l’ affaccendarsi del maestro con i suoi strumenti, il primo sibilo della teiera in ferro pesante. Il suono di un campanellino avvertiva che tutto era pronto, la cerimonia aveva inizio. Si entrava uno alla volta, secondo un ordine concordato dagli invitati. Ci si inchinava di fronte al maestro, seduto dietro un basso banchetto sopra il quale erano disposti gli strumenti dell’arte. Lo si ringraziava per l’onore ricevuto e ci si andava a sedere nella posizione del loto in un angolo della sala marcato da una tovagliolo di lino bianchissimo, unico oggetto mai usato prima, con il quale ci si sarebbe asciugati la bocca. Sulla parete di fondo, alle spalle del maestro, un dipinto in nero di china, che avrebbe creato il clima emotivo di sottofondo di quell’evento, unico e irripetibile. Un cavallo al galoppo, un ciliegio in fiore, un piccolo uccello su di un ramo.
Il maestro mostrava ai suoi ospiti i suoi attrezzi, le tazze antiche sbrecciate qua e là, il mortaio in ferro e il suo pestello con cui riduceva in pasta le foglie tostate del tè, i pennelli per stendere e filtrare le foglie tè, i cucchiai in stagno, la massiccia teiera. Quindi aveva inizio la preparazione del tè, secondo un rituale definito, di cui ciascun maestro era, al tempo, il custode e l’interprete soggettivo che rendeva la successione delle fasi ogni volta un atto creativo unico e irripetibile.
Se la disposizione d’animo dei presenti fosse stata quella che doveva essere, se ogni parola e gesto misurati secondo la necessaria verità, se ogni sfumatura di colore esattamente intonata con la susseguente, se la bellezza del dipinto avesse riflesso perfettamente il canto gestuale che usciva dalle mani del maestro e avesse unito ogni anima in un medesimo sentimento di gratitudine, se, insomma, ogni elemento, ogni dettaglio, ogni successione di gesti, fossero stati esattamente quelli che dovevano essere e, pertanto, insostituibili, che cosa sarebbe accaduto? Una allegoria visiva dell’eternità, ossia del luogo originario che è vuoto, giacchè nessun movimento, nessun andare e venire, nessun nascere e morire, può accadere, se davvero ogni cosa è perfettamente al suo posto e dunque immobile per sempre lì dov’è. Ed è appunto la visione allegorica del vuoto di azione che ci permette di comprendere come il turbinoso movimento di ogni cosa che vive altro non è che lo sforzo che compie per trovare il posto che gli appartiene dall’eternità.

