Oggi tutti sono in contatto con tutti, e non in modo occasionale, come quando il porto lontano si apriva a navi straniere e diventava la base di uno scambio occasionale di merci, bensì in modo permanente e legato a uno scambio sistematico, ancor prima che di merci e beni materiali, di stili di vita, di consumi materiali, di immagini e ordini di senso. Ora qualcosa di molto simile, sebbene circoscritto ad aree geografiche più limitate, ma pur sempre conchiuse come fossero lo spazio di un mondo a sé stante, lo si ebbe in Grecia per un verso, e nell’Italia centrale per l’altro.
Universo greco si estendeva dalla Grecia continentale al Mar Nero, dalla costa della penisola anatolica a tutte le isole del Mediterraneo orientale, comprendeva la Sicilia e arrivava a lambire le coste dell’Italia sul versante tirrenico e su quello Adriatico, fino al delta del Po e fino ai confini meridionali del Lazio.
La caratteristica saliente di questo mondo era la sua omogeneità delle forme di organizzazione politica e la condivisione di tutti i tratti salienti che vanno a formare l’identità culturale: lingua, religione, espressioni artistiche, forme dell’espressività letteraria. Fra le molte espressioni precipue e geniali di questo universo culturale la più saliente e decisiva fu la filosofia. Disciplina che sarebbe sbagliato dire eminentemente greca, ma piuttosto che fu soltanto greca, meglio ancora, che definiva l’essere greco con l’essere filosofo e l’essere filosofo con l’essere greco.
È da rilevare che per errore si identifica Atene con la filosofia. Atene segnò il punto di arrivo che l’apice della riflessione filosofica, ma la filosofia non nacque ateniese sebbene come modo d’essere proprio di ogni Polis extra continentale e che, come colonia, da un lato soffriva il rimpianto doloroso della madre patria, dall’altro l’ardore sanguinario di resistere allo straniero dall’alto delle mura della polis circondate da barbari spaventosi.
Si discusse di filosofia a Mileto e Efeso in Asia minore, ad Agrigento, a Lentini in Sicilia, ad Elea in Campania, a Crotone in Calabria, a Taranto in Puglia. Del resto si potrebbe ragionevolmente ritenere che la scuola di Pitagora sia il senso dell’anima della filosofia greca e tutto il suo corso e null’altro che una lunga meditazione delle idee del matematico di Samo. In ogni caso la filosofia è di insperato l’aiuto per capire come mai un mondo che di fatto era il tutto e per tutto omogeneo e concorde sull’ordine delle cose, espresso con un medesimo linguaggio e garantito dalle medesime divinità, non sono mai divenne un’unica realtà politica, ma si caratterizzerà per la guerra permanente senza pietà di ogni sua parte contro ogni sua parte. È difficile non vedere la stretta relazione fra guerra e filosofia, al punto che non siamo in grado di dire se questa guerra permanente fosse la conseguenza della filosofia o la filosofia generata da questo stato di guerra permanente. Tuttavia se fosse stata la guerra a generare la filosofia, bisognerebbe supporre che Roma avrebbe avuto i più grandi filosofi di tutti tempi, cosa che evidentemente non fu. Dobbiamo supporre che la filosofia generi una guerra di tipo particolare quella che appunto caratterizzò il mondo greco: la guerra interiore, perché la filosofia per natura scinde l’io dal sé, rende nemico l’identico quando si specchia nell’identico e nell’altro da sé cerca la ragione del proprio sé. La filosofia è dunque il conflitto e divagazione, questo spiega la guerra permanente di città contro città, dell’eguale contro il proprio uguale.
Da dove nasceva la filosofia e con essa la guerra permanente che questo mondo faceva se stesso? Da una benedizione. Dal fatto che l’universo greco nasceva come scissione, ricordo, nostalgia. Come separazione da un centro perduto al quale si anelava ricongiungersi. Le Polis dove nacque la filosofia erano infatti opera di espatriati che in luoghi sconosciuti e deserti sbarcavano dopo aver lasciato la patria nella quale erano di troppo. La filosofia e la memoria di questo centro perduto, e la ricerca di qualcosa di solido a cui affidarsi oltre l’incertezza e l’estraneità del luogo nel quale si è sbarcati e nel quale si è fatta casa. L’Odissea che altro è se il manifesto morale e sentimentale che descrive l’ambito nel quale la filosofia si genera come necessità insopprimibile dell’anima greca? La filosofia è appunto la ricerca del non nascosto, di quello che sta sotto la superficie e che non ha in sé alcuna certezza e stabilità. La guerra è questa ricerca di fondamento definitivo. È quello che distingue i greci dai romani. Noi siamo greci non romani. I romani riuscirono a unificare il loro mondo, cioè i popoli a loro simili e confinanti, ma fu un’unificazione del tutto esteriore e superficiale che viene giù come un castello di carte. I romani fecero sempre e solo una guerra esteriore, pratica, tecnica. Non era la guerra metafisica e interiore dei Greci, che aveva come scopo la conoscenza dell’abisso dentro cui il nostro io perde la convinzione di essere reale. La guerra romana ha come scopo la pace e l’ordine, ma non unificando le anime rimane una gabbia esteriore. E alla fine, divenuti saggi, i romani divennero greci anch’essi.
La guerra greca è questa ricerca di fondamento definitivo. È quello che distingue i greci dai romani. Noi siamo greci non romani. Non c’è alcuna anima romana fra noi, ma molte anime greche. E quando la Grecia, attraverso il cristianesimo, si riprese l’anima del mondo la storia dei popoli d’ispirazione greca fu esattamente la stessa: un conflitto permanente fra eguali, accompagnato da un linguaggio enigmatico che per brevità definiamo filosofia.

