Si entra nella vita e si è gettati nel mondo, dimentichi di tutto. E’ come fare un tuffo in un mare d’oblio e quando si emerge tutto appare nuovo e anche meraviglioso.
Io sono convinto tuttavia che abbiamo già visto tutto e possiamo vivere un’altra vita solo in virtù di questo oblio. Forse possiamo nascere perché dimentichiamo. Dimentichiamo cosa? L’eternità e il luogo all’interno della quale è posto il seggiolino seduti sul quale la contempliamo, contemplando noi stessi. Forse nasciamo a causa di questo oblio. Ma se è così, lo scopo della vita è liberarsi dell’oblio per potere ritrovare il seggiolino sul quale sediamo in contemplazione dell’eternità, così da ritrovare il nostro luogo all’interno del tutto.
Il tratto decisivo con il quale l’oblio trova la sua verità è la fascinazione. Dimentichi di tutto ciò che consiste, siamo via via affascinati dagli affreschi di quello che immaginiamo attraverso il corpo, il desiderio, la brama.
Le cose ci attraggono, immaginiamo in esse delizie e immaginiamo di aumentare grazie all’attraversare porte, nell’essere ammessi, nell’entrare in gioco, nell’essere sentiti, nel venire inseriti. Trepidiamo sulla soglia della casa dei potenti e sogniamo di essere noi a dare una strigliata al mondo. Ci consumiamo per l’ansia di avere la giusta fetta di quello che ognuno desidera, per afferrare il bene che ci fa bene perché ci include invece che escluderci.
Il tragitto è questo per tutti. Si sogna di essere fra le cose che sono per il mondo e sono buone perché sono il nostro conforto per la paura di venir meno o soltanto di essere meno.
Eppure, lungo la strada, pian piano dobbiamo ammettere che i tartufi non sono poi così diversi dalle patate nel regalarci la felicità. Forse, a causa dell’oblio, i tartufi ci hanno regalato un’emozione la prima volta, esattamente come quando per la prima volta siamo stati chiamati sul palco fra tante persone importanti. Lo stesso per la gioia di aver avuto l’auto nuova, la ragazza nuova, la promozione nuova.
E’ a questa condizione che inizia il cammino inverso, quello che ci mostra l’insignificanza delle cose, ma è un tragitto che se non vuole arenarsi in una forma di indifferente cinismo, in una accidia gonfia di risentimento, deve compiere una capriola che rovescia l’abituale morale esistenziale: deve guardarsi allo specchio mentre si distacca dal credere nel bene delle cose e vedersi in movimento, cogliere il moto della mano con la quale pulisce il nerofumo che copre la superficie dello specchio che, impedendo di rifletterci, ci fa credere all’abbaglio delle sue ombre.
A questa condizione e solo ad essa si può prendere coscienza di stare dentro un sentiero ben tracciato e di non essere allo sbando di un campo sconfinato in mezzo al quale ogni direzione è una direzione. E’ la condizione per poter vedere una finalità in quello che si comprende e dunque per immaginare il seggiolino sul quale bisogna tornare a sedersi per guardare l’eternità di cui siamo parte, proprio quando movimento e volontà mostrano di essere un inganno necessario.

