E’ guardando delle vecchie foto che rimandano a tempi lontanissimi, dove non c’eravamo e, se c’eravamo, l’immagine che vediamo sembra appartenere ad un estraneo che aveva tanta somiglianza con noi, ma di cui nulla sappiamo, se non appunto che ci assomiglia tanto, che il tempo, ossia la vita, ci appare in tutto l’abisso del suo mistero. Siamo noi, perché continuiamo ad essere nel tempo, ma il tempo, che in superficie ci appare come una riga ben definita e continua, si mostra come qualcosa di non continuo – una realtà che può trovare luogo nello spazio per nessuna altra ragione se non per la nostra immaginazione – ma un pulsare, un insistere su di sé, la cui impalpabile energia genera l’immagine di noi, del mondo, della continuità delle cose. Ma dietro questo velo, il nostro pensare, che in primo luogo è pensare a noi, ossia a realtà che hanno nello spazio un luogo e un tempo, è causato non dall’immagine delle cose, fra le quali appunto noi che diciamo di essere, ma da qualcosa che ci afferra per i capelli nel grande mare del nulla e, tirandoci fuori da esso, ci obbliga a nuotare con tutte le nostre forze per non sprofondare di nuovo dentro di esso, così questo sforzo genera l’immagine di noi stessi; attraverso la fatica e il dolore sperimentiamo la continuità del suo stare, ossia del durare nel tempo, e, tutto intorno, le cose, che sono ciò che ci aiuta a stare a galla e ciò che ci trascina verso il fondo, ossia il mondo.
VECCHIE FOTO